Corriere della Sera, Sergio Romano: Gli ordini professionali frenano il progresso

Ottimo articolo, in formato lettera con risposta, pubblicato qualche giorno fa dall’ex ambasciatore Sergio Romano sul Corriere Della Sera.

GLI ORDINI PROFESSIONALI  NELL’ITALIA CORPORATIVA

Si è parlato di recente di abolire tutti gli ordini professionali, nella prospettiva di porre fine a residui corporativi che ostacolano un necessario processo di modernizzazione. Per impedire questa tanto tardiva quanto opportuna riforma si invoca l’esigenza, nell’interesse dei cittadini, di un pubblico controllo per l’esercizio di determinate attività professionali, cioè un esame di Stato. Ma qui, non so se per ingenuità o per malafede, si confondono cose del tutto diverse. Si può facilmente convenire che per esercitare professioni le quali richiedono specifiche conoscenze tecniche (non è certo il caso della professione giornalistica) sia opportuno un esame di Stato, volto a garantire che chi offre un servizio sia in grado di esercitarlo con la dovuta competenza. Ma una volta superato questo vaglio, non si vede perché si debba obbligatoriamente entrare a far parte di un ordine in grado di controllare l’esercizio di quella professione a cui siamo stati abilitati. Negli Stati Uniti, per ricorrere a un esempio che mi è familiare, per l’esercizio della professione legale occorre un esame di Stato, ma una volta superato questo esame non è affatto necessario per fare l’avvocato essere iscritto alla Bar Association, che rimane una libera associazione. Confondere l’esame di Stato con l’obbligo di arruolarsi in un organo corporativo, a me sembra del tutto pretestuoso. Lei cosa ne pensa?

Lettera di Roberto Vivarelli, Firenze

Risposta di Sergio Romano:

Caro Vivarelli, uno dei fenomeni meno constatati della storia italiana è la sopravvivenza delle istituzioni fasciste nell’Italia democratica. Il fascismo fu considerato la causa di tutti i mali della nazione e l’antifascismo divenne il necessario preambolo di qualsiasi dichiarazione pubblica. Ma una parte delle istituzioni e delle leggi concepite e scritte durante il regime vennero adottate dalla Repubblica. Il caso del corporativismo è particolarmente interessante. Lo Stato corporativo, che Mussolini aveva cercato d’instaurare soprattutto dopo la crisi del 1929, rimase in buona parte nella mente di Bottai e dei «corporativisti impazienti» (come Giovanni Gentile definì i suoi allievi comunisti nel 1943). Ma piaceva ai cattolici, sembrava la migliore risposta alla «lotta di classe» e appariva a molti come un ritorno alle società di mestiere che avevano assicurato all’Italia, nel Medio Evo, una sorta di leadership economica europea. Agli ordini professionali esistenti o creati dal fascismo (come quello dei giornalisti) si sono aggiunti così, negli ultimi sessant’anni, tutti quelli creati dalla Repubblica. Quasi tutte le professioni hanno ormai un «ordine», vale a dire una corporazione che detta le loro regole deontologiche, controlla gli accessi, stabilisce la soglia minima delle tariffe professionali e siede al tavolo delle trattative ogniqualvolta il governo «pretende » di mettere bocca nelle loro faccende. Le intenzioni e le giustificazioni sono nobili: assicurare correttezza e professionalità, evitare l’inquinamento degli azzeccagarbugli, dei guaritori, dei venditori di fumo, dei dilettanti. Ma nella realtà questi ordini diventano molto spesso cittadelle che difendono, insieme alle nomenklature che li governano, i privilegi dei soci. Le ricadute negative sono numerose. Le corporazioni frenano la modernizzazione dei mestieri perché ogni cambiamento turba i sonni di tutti coloro che temono di essere scavalcati dai tempi. Riducono drasticamente la competizione e penalizzano i giovani. Rallentano i progressi dell’Italia rispetto ai suoi partner europei.

L’articolo completo su Corriere.it

Qui il pdf della scansione dell’articolo, da Camera.it

LibertariaNation: Ordine signori, ordine!

Ordine signori, ordine!

da LibertariaNation
A noi di libertariaNation gli ordini non piacciono tanto e questo si era capito. Uno di questi poi è sgradevole e antipatico perché va a toccare un aspetto davvero importante della vita, ossia comunicare e informare. Probabilmente l’ordine dei giornalisti non è il più nocivo per l’economia dello stato italiano, di sicuro è uno di quelli che sul lungo periodo ha contribuito di molto alla stagnazione della società italiana.

Barbara Palombelli sul Foglio si è lanciata in una vibrante difesa dell’ordine dei giornalisti che si può riassumere con: senza l’ordine c’è il Far West e i giovani non verrebbero pagati e i ricchi farebbero quello che vogliono. Scusate, mi riprendo dalle vertigini nel pensare a una simile società.

Che senso ha la tesserina? La prima ragione che mi viene in mente è banale, ma essenziale: per evitare che i figli degli editori e i pargoli dei banchieri azionisti si mettano in testa di dirigere telegiornali e/o testate quotidiane e periodiche. Vi pare poco?

Sì, mi pare poco perché se un giornale è condotto da schifo dal figlio di papà allora fallisce. Certo, bisognerebbe eliminare anche quell’altra cosuccia oscena, ossia i soldi rubati a noi dallo stato e girati ai giornali, cioè il finanziamento pubblico ai partiti. Poi c’è una cosa che mi fa ridere: secondo quanto scrive la Palombelli l’ordine sembrerebbe il garante della meritocrazia. Capito? Noi che pensavamo che il merito venisse riconosciuto dal successo di pubblico del giornale. No. È l’ordine che ordina e il finanziamento statale che manda avanti la baracca.

Se tutti scrivono, senza distinzioni, senza superare un esame, senza laurea, spesso senza firmare, chi garantirà i più deboli, i giovani capaci che sognano un posto e una paga?

La capacità? Ripeto: oggi la Palombelli pensa che il giornalismo italiano sia il regno della meritocrazia? Un sistema chiuso nel quale ci si spartisce il bottino dei contribuenti italiani e nel quale la tiratura dei giornali inesorabilmente scende? Questo è il modello vincente?

Nel far west che nascerebbe da una liberalizzazione selvaggia, a pagare il prezzo più alto sarebbero proprio gli ultimi arrivati.

No, sarebbe esattamente il contrario perché gli ultimi arrivati potrebbero scalzare senza tante leccagini di culi le mummie giornalistiche. Quando un settore viene liberalizzato i primi che ne traggono vantaggi sono sempre i newcomers e chi grida all’anarchia è invece chi dentro al sistema chiuso c’è già; ovviamente. Quanto leggo le espressioni “far west” o “liberalizzazione selvaggia” mi si gonfia la vena della fronte perché nove volte su dieci chi usa queste espressioni lo fa per mascherare il vuoto cosmico che si cela dietro ai suoi scritti. Andare alla radice della diversità tra loro e noi non è difficile: da una parte c’è chi vuole la centralizzazione e il coordinamento dall’alto, dall’altra c’è chi auspica la libera interazione orizzontale che crea ordine.

http://libertarianation.org/2011/11/24/ordine-signori-ordine/

Lucia Quaglino (Chicago-Blog.it): gli ordini professionali, dov’è il vero illecito?


Nuovo articolo dell’ottima Lucia Quaglino (Istituto Bruno Leoni) sugli ordini professionali.

Gli ordini professionali: dov’è il vero illecito?

Continuano le affermazioni selvagge

di Lucia Quaglino

Dopo quello degli avvocati, anche l’ordine dei medici si oppone alle offerte low cost. Secondo il presidente dell’Ordine, Giancarlo Piazza, non si può approfittare delle offerte di Groupon perché “il codice deontologico vieta l’apparentamento di un medico, l’associazione del proprio nome a soggetti commerciali”. Quali i reali motivi per contrastare le nuove proposte e chi davvero viene danneggiato da tali cambiamenti?Gli ordini nascono per assicurare elevati standard qualitativi dei servizi offerti ma, di fatto, servono anche a proteggere i professionisti, riducendo così gli incentivi a differenziarsi grazie a fama e reputazione, piuttosto che attraverso la tutela di tali ordini. D’altra parte, la garanzia di qualità del servizio dovrebbe essere assicurata, oltre che dalla moralità dei professionisti, dalla concorrenza, mediata e controllata dall’ordine civile e penale, non dalle regole soggettive degli ordini. In che modo limiti alla pubblicità, alla libera iniziativa, all’imprenditorialità e alla diversificazione dell’offerta potrebbero incidere sulla qualità non è chiaro. Mentre lo è molto il modo in cui possono pesare sugli onorari. Allo stesso modo, tutte le norme di condotta morale rappresentano giustamente un incentivo ad adottare un comportamento retto, ma la sanzione per chi non rispetta tali standard è altrettanto severa sul mercato come all’interno dell’ordine. La differenza è che al suo interno è più facile coprirle. Insomma, più privilegi che altro, come aveva già evidenziato l’Antitrust che, da un’indagine sugli ordini professionali condotta nel 2007, aveva evidenziato che emergeva “una scarsa propensione delle categorie, sia pur con positive eccezioni, ad accogliere nei codici deontologici quelle innovazioni necessarie per aumentare la spinta competitiva all’interno dei singoli comparti’’. Quanto affermato dal presidente Piazza che, di fatto, ribadisce e sottolinea il contenuto di una norma tanto consolidata quanto vetusta, conferma la loro tendenza a considerare le nuove opportunità solo un ostacolo allo svolgimento della professione. Quanto lo considerino davvero o quanto lo vogliano considerare per tutelare i loro privilegi non è dato sapere. Ma quando si preferisce mantenere regole fisse, incapaci di adattarsi alle mutate esigenze e condizioni di mercato, si tende a proteggere chi anni prima, in condizioni completamente diverse, aveva sostenuto e passato un esame, senza dimostrare che nel tempo sono stati in grado di restare aggiornati e senza dare garanzie sulle loro attuali capacità e competenze. Eppure la scelta dei 15 dottori bolognesi di lanciare nuove offerte sul web dimostra come molti medici e professionisti si sentano ormai imbrigliati da regole in cui non si riconoscono ma in cui sono costretti a stare per poter svolgere la professione: sebbene alcuni sarebbero pronti a sfruttare le nuove occasioni offerte dal mercato, la loro libertà è completamente negata e vincolata. La possibilità di scelta non esiste, se non quella di cambiare mestiere.

Lo schieramento si fa quindi sempre più netto: da una parte, i medici che svolgono la professione e cercano mezzi e strumenti per farlo al meglio; dall’altra, quanti sono impegnati a mantenere ostacoli ed attività burocratiche con costi enormi ma a tutela del loro potere, in modo assolutamente slegato dalla qualità dei servizi professionali resi. Se così non fosse, si preoccuperebbero di rendere lecita una norma che consenta la possibilità di offrire prestazioni sanitarie a prezzi allettanti. Offerta che, in tempi di crisi, è conveniente prima di tutto per i consumatori, più che per i medici.

Per risolvere questi problemi, non sarebbe comunque necessario abolire gli ordini, ma è indispensabile agire sulle due principali debolezze che a tutto fanno pensare fuorchè alla loro utilità in termini di assicurazione della qualità del servizio: la prima, è il monopolio di iscrizione, di cui i professionisti devono accettare le regole imposte, senza alternativa. Di conseguenza, nessuna facoltà di scelta neanche per i consumatori e nessuna spinta concorrenziale all’efficienza. La seconda è che i professionisti sono obbligati a iscriversi per lavorare, mettendo di conseguenza in difficoltà i nuovi entranti, soprattutto quelli giovani e inesperti. Senza considerare che l’iter per arrivare a potersi iscrivere è lungo e irto di inutili ostacoli, null’altro che inutili forme di protezione pubblica per chi già ne fa parte: come l’esame di Stato da sostenere nonostante possiedano una laurea, nient’altro che una barriera all’ingresso; o il praticantato da svolgere (quasi) gratuitamente, che rappresenta l’autorizzazione pubblica allo sfruttamento legalizzato; o, ancora, le quote di iscrizione davvero alte, che null’altro sono che un’imposta mascherata di cui, probabilmente, molti professionisti farebbero a meno. È innegabile, quindi, che ci sia una forte componente lobbistica tendente a conservare privilegi e ad astrarre rendite su cui è necessario un intervento. A tal fine, sarebbe opportuno rendere almeno volontaria l’associazione agli ordini e ridurne il potere monopolistico, consentendo l’esistenza di una pluralità di associazioni di categoria, con le proprie regole di esistenza, ammissione ed espulsione. Del resto, ridurre gli oneri e i costi per i professionisti, implica ridurli anche per i loro clienti, mentre la concorrenza non può che incentivare una migliore qualità dell’offerta. Queste sono le vere garanzie necessarie.

Intervista a Riccardo Cappello (autore libro “Il cappio”) del 15 giugno 20011


Segnaliamo questa intervista rilasciata da Riccardo Cappello, autore del libro “Il cappio”, rilasciata a Valeria Manieri e trasmessa da RadioRadicale.it il 15 giugno 20011:

RadioRadicale.it – Audiointervista a Riccardo Cappello sull’indagine riguardante il calo di iscrizioni agli albi professionali dei giovani laureati

Da ascoltare e diffondere!

Lucia Quaglino (Chicago-Blog.it): cosa c’è di selvaggio nella liberalizzazione?



Segnaliamo questo articolo pubblicato su Chicago-Blog.it

Gli ordini professionali: cosa c’è di selvaggio nella liberalizzazione?

di Lucia Quaglino (Istituto Bruno Leoni)

Due giorni fa è stato approvato il nuovo ddl stabilità dove, all’articolo 10, si avvia un possibile percorso di liberalizzazione degli ordini professionali. Le opportunità e i rischi di tale misura saranno approfonditi in un Focus di Silvio Boccalatte dedicato al tema. Ciò che si intende esaminare qui sono gli effetti benefici, che già si vedono, di quella che viene invece definita una “liberalizzazione selvaggia”.

La liberalizzazione degli ordini professionali è un tema molto dibattuto e controverso, più per l’estesa presenza di avvocati nelle Commissioni di Giustizia di Camera e Senato pronti ad impedire ogni riforma che per reali motivi di tutela dei consumatori. La loro giustificazione sarebbe che alla possibilità di avere un mercato più ampio e prezzi liberi si contrappone il rischio per i cittadini di non avere alcuna garanzia di professionalità. In realtà, però, gli ordini professionali e le tariffe calmierate rappresentano un freno più per i giovani avvocati che per quelli incompetenti, disincentivando così i primi a entrare nel settore e ostacolando le loro opportunità di carriera. All’opposto l’opinione di quanti invece considerano questa un’attività commerciale come le altre che, in quanto tale, prevede un compenso per il servizio prestato: ogni ostacolo alla libera concorrenza è quindi considerato principalmente una barriera all’ingresso che tende a tutelare i grandi e già affermati avvocati a scapito dei nuovi arrivati.

Mentre le parti in gioco si perdevano in dibattiti spesso più ideologici che concreti senza riuscire a trovare un accordo in materia, c’è chi è riuscito ad approfittare di quel poco di liberalizzazione introdotta: dei soggetti privati, tra cui Groupon, Altroconsumo e eBay, hanno infatti consentito ad alcuni professionisti (anche ai medici, oltre agli avvocati) di pubblicizzare proposte e sconti (ad esempio 39 euro anziché 500, con un risparmio del 92%). Grazie alla loro iniziativa hanno dato la possibilità agli avvocati che lo desideravano di differenziare la loro offerta e ampliare le proprie quote di mercato.

I vantaggi di questo progetto sono molteplici: innanzitutto, è nata così una nuova professione – cosa non da poco in tempo di crisi – ossia il procacciatore di pratiche legali per gli avvocati. Inoltre si facilita l’ingresso dei giovani professionisti sul mercato che, potendo offrire tariffe più basse, possono competere con quelli già affermati e dotati di una clientela fedele. È poi evidente che il loro successo è legato a una necessità ed esigenza da parte dei cittadini, prima non soddisfatta, che possono così godere di una differenziazione di prezzo del servizio. Infine, grazie alla maggior competizione introdotta è possibile ”smascherare” e, inevitabilmente, punire con l’uscita dal mercato, i professionisti meno capaci e abili, incentivandoli così ad offrire servizi di maggiore qualità: reputazione e fama, non tariffe minime e ordini, selezionerebbero gli avvocati migliori, a ulteriore dimostrazione che bassi prezzi non sono necessariamente sinonimo di servizi scadenti. Di sicuro, non lo sarebbero nel medio-lungo periodo dopo la “prova” dei mercati. Quanti, invece, temono di incappare in un avvocato incapace o incompetente nel breve periodo, sono liberi di affidarsi ai professionisti più esperti.

La reazione degli avvocati è quella di considerarla una “liberalizzazione selvaggia”, “la vendita di diritti fondamentali senza regole e senza la possibilità di verificare la qualità con effetti devastanti per i cittadini, che si ritrovano privi di tutela”: lungi dall’essere questo un mercato pienamente liberalizzato e tantomeno selvaggiamente liberalizzato,  in realtà il sospetto è che essi semplicemente mirino ad opporsi alla concorrenza, a tutto vantaggio della tutela dei loro privilegi più che dei cittadini.

L’articolo originale: http://www.chicago-blog.it/2011/11/16/gli-ordini-professionali-cosa-ce-di-selvaggio-nella-liberalizzazione/

“I VERI INTOCCABILI” di Franco Stefanoni (Chiarelettere 2011)


Comunichiamo con grande gioia che e’ uscito in questi giorni un altro ottimo libro che tratta il tema degli ordini professionali. Si tratta di “I veri intoccabili”, scritto da Franco Stefanoni e pubblicato per Chiarelettere editore.

Qui la sinossi:

La metà dei componenti del Parlamento italiano è iscritta a un ordine professionale. Un gruppo trasversale: il partito dei professionisti. Stiamo parlando di più di due milioni di persone in Italia, divise in 28 categorie: avvocati, medici, notai, ingegneri, giornalisti, farmacisti… Hanno enti previdenziali propri, un patrimonio di circa 50 miliardi di euro investiti in beni immobili e titoli finanziari. Quello degli ordini professionali è un mondo chiuso e ancora tutto da raccontare. Una macchina del privilegio, con meccanismi e regole scritte e non scritte. Questo libro lo racconta, attraversando inchieste e scandali, modalità di accesso non sempre trasparenti e sanzioni disciplinari che arrivano con incredibile ritardo. Nati con l’alibi di difendere il cittadino-consumatore, gli ordini professionali proteggono solo se stessi, tramandandosi il potere in maniera quasi ereditaria (il 44 per cento degli architetti è figlio di architetti il 41 per cento dei farmacisti è erede di farmacisti, il 37 per cento dei medici è figlio di un medico). Ogni tentativo di riforma è bloccato (cosi Fabrizio Cicchitto, Pdl, definisce la tentata riforma Bersani del 2006: “Un esempio estremista di vendetta sociale”). All’interno delle stesse professioni c’è chi prova a opporsi (l’Anarchit – Associazione nazionale architetti italiani, Altrapsicologia, il Movimento nazionale liberi farmacisti…): invocano l’eliminazione degli albi e un radicale cambiamento che metta in prima fila libertà e merito…

Siete tutti invitati a leggere e a diffondere questo libro ovviamente! Se volete organizzare la presentazione di questo volume nella vostra citta’, ma non sapete come fare, scriveteci una mail ad aboliamo(AT)gmail.com : vi daremo una mano sul da farsi!

Quest ottimo libro di Franco Stefanoni, come “Il cappio” di Riccardo Cappello (Rubettino 2010), di cui avevamo gia’ parlato, deve diventare uno strumento efficace per far capire all’opinione pubblica perche’ gli ordini professionali vanno aboliti.

Legge di stabilita’ 2012, un piccolo passo: ABOLITE LE TARIFFE MINIME DEGLI ORDINI

Finalmente una bella notizia: nell’ultimo atto del Governo Berlusconi IV (l’approvazione della Legge di Stabilita’ 2012), e’ presente un comma che abolisce le tariffe minime degli ordini professionali.

Perche’ si tratta d’un passo importante? In primis, perche’ permette a chi ha bisogno d’un avvocato, o d’un commercialista, o d’un architetto, a poter scegliere quelli che fanno prezzi ritenuti migliori.

In secondo luogo, permettono ai professionisti “newcomers”, a chi entra nel mercato, ai nuovi, ai giovani professionisti, d’inserirsi piu’ agevolmente nel mercato e poter trovare piu’ clienti.  Con le tariffe minime infatti, i professionisti gia’ avviati o anziani che sono gia’ sul mercato da anni, sono molto avvantaggiati: ad esempio, se un Tizio avesse bisogno d’un avvocato per una certa procedura, e la tariffa minima per quella procedura fosse fissata a 600 euro, sia un avvocato esperto e avviato sia un avvocato alle prime armi saranno costretti a far pagare quella cifra. Secondo voi Tizio, a pari prezzo, a chi si rivolgera’ tra i due? Ovviamente a quello esperto ed avviato, non dal giovane alle prime armi.

L’abolizione delle tariffe minime e’ un’ottima notizia, un piccolo passo nella direzione giusta: quella della completa liberalizzazione degli ordini professionali, da attuarsi tramite due ulteriori modifiche alle attuali leggi:

  1. abolizione dell’obbligatorieta’ dell’iscrizione agli ordini professionali. Oggi ogni professionista e’ obbligato dalla legge ad iscriversi ad un ordine professionale per aver diritto di lavorare. Abolendo questo inutile e ingiusto obbligo, ogni avvocato, ingegnere, architetto dovrebbe decidere se iscriversi oppure No ad un ordine.
  2. abolizione del monopolio degli ordini professionali. Oggi la legge obbliga ogni architetto ad iscriversi all’ (unico) Ordine degli Architetti, ogni ingegnere ad iscriversi all’ (unico) Ordine degli Ingegneri, e cosi’ via. Con l’abolizione di questo monopolio, potrebbero esistere diversi ordini (sotto forma di societa’ o libere associazioni), che potrebbero farsi concorrenza tra di loro: ad esempio l’Ordine degli Architetti “Le Corbusier”, l’Ordine degli Architetti “Frank Llyod Wright”, ecc ecc

Il testo integrale della Legge di stabilita’ 2012 e’ disponibile su AltaLex.com al seguente indirizzo: http://www.altalex.com/index.php?idnot=15820

Carlo Stagnaro: serve una riforma degli ordini professionali

Sarebbe davvero utile se la proposta del governo servisse almeno ad aprire un forte dibattito sul tema

Il governo va all’attacco degli ordini professionali? La riforma delle professioni inizialmente inserita nella manovra, poi stralciata e annunciata sotto forma di proposta di legge delega, sembra segnare un’inversione di rotta. Fino a oggi, la maggioranza di centrodestra aveva o tutelato lo status quo o addirittura aveva cercato di puntellarlo. L’ultima proposta prevede un ridisegno integrale, inclusi l’abolizione dell’esame di stato e il superamento delle residue ingessature feudali. La cautela è d’obbligo, e non solo per i profili di possibile incostituzionalità della norma (l’esame di stato sta nell’articolo 33 della Carta). Sono pure legittimi i dubbi: sarà solo effetto annuncio? Oppure i ministri sono davvero tutti caduti da cavallo?

Stravolgere il sistema è la classica riforma pro crescita a costo zero. Ha, però, un forte costo politico: vuoi per l’elevato numero di associati, vuoi per la pervasiva presenza in Parlamento, ordini e albi agiscono come una lobby quasi invincibile. C’è anche una barriera culturale: il tipo di tutela pubblica che gli ordini dicono di offrire si “vende” bene. Ma gli ordini resistono al rasoio di Occam e alla prova dei fatti?

L’Antitrust, in un’indagine conoscitiva aperta su impulso di Antonio Pilati nel 2009, ha denunciato restrizioni alla concorrenza sia normative sia legate alle decisioni degli ordini (tra l’altro sulla deontologia, la formazione, le tariffe). Il regime attuale non produce benefici: “Se il professionista è vincolato al rispetto di standard qualitativi minimi e, al tempo stesso, gli utenti sono messi in condizione di confrontare le offerte dei professionisti, sarà più difficile e meno conveniente erogare prestazioni di bassa qualità”. La garanzia ultima per il cliente, insomma, sta nella pluralità dell’offerta, non nel monopolio degli ordini.

La Banca d’Italia ha stimato l’entità della “rendita monopolistica” che è premio della scarsa concorrenza nel settore dei servizi (professioni comprese). Se tale rendita fosse restituita al mercato, il pil potrebbe lievitare di undici punti in pochi anni, di cui cinque punti nei primi tre anni.

Prendiamo gli avvocati, come prova: il Consiglio d’Europa dice che essi subiscono solo 2,3 procedimenti disciplinari ogni 1.000 professionisti, contro valori ben superiori in paesi come la Finlandia (217), la Danimarca (193) e perfino la Grecia (44). Ha scritto Daniela Marchesi su Lavoce.info: “Se gli avvocati italiani sono particolarmente corretti, allora un ordine strettamente regolamentato non ha ragione d’essere. Se invece esistono casi di comportamento scorretto, ma l’ordine chiude un occhio e non li sanziona, allora ordini strettamente regolamentati non sono efficaci”.

Come uscirne? Sarebbe davvero utile se la proposta-choc del governo servisse almeno ad aprire un forte dibattito sul tema. Una possibile strada, rispettosa del dettato costituzionale, sarebbe quella di consentire la nascita di ordini in concorrenza gli uni con gli altri, regolamentati tutti da una cornice normativa comune ai diversi settori e incaricati di gestire gli esami di stato secondo criteri comuni. In questo modo, non solo i singoli professionisti potrebbero competere tra di loro, ma lo farebbero le loro stesse organizzazioni, gareggiando sul valore dei servizi che erogano ai loro associati e al “mondo esterno” (si pensi a un “bollino blu” come strumento informativo per il pubblico).

Vedremo se l’esecutivo procederà. Di sicuro su questo tema non sarà mai troppo presto, e nessuna riforma sarà mai troppo radicale.

Da Il Foglio, 2 luglio 2011

Evento della Fondazione Rodolfo De Benedetti alla Bocconi il 4 luglio 2011



Segnalo a tutti questo evento organizzato dalla Fondazione Rodolfo De Benedetti per il 4 luglio 2011 presso l’Universita’ Bocconi di Milano, sul tema degli ordini professionali.

 Workshop “Dinastie Professionali”
Università Bocconi
July 4th, 2011
Via Roentgen, 1

Room AS02 – h. 15:00-18:00

The workshop will focus on two recent studies on licensed professions (“Ordini professionali”) in Italy. The authors will provide evidence on the relevance of family connections and entry barriers in the sector of professional services. They will discuss the impact of family networks and strict barriers to entry on the quality of professional services. They will also investigate differences across professions and over time, especially as a consequence of the 2006 liberalizing reform (the so-called “Riforma Bersani”). Angelino Alfano (Justice Minister), Pier Luigi Bersani (Democratic Party Leader, ex-Minister of Economic Development) and Mario Monti (President of Università Bocconi) will participate the final panel discussion “Liberalizzare le professioni in Italia”. For further information on the workshop, please visit this webpage.

Presentazione libro “Il cappio” di Riccardo Cappello al Festival dell’Economia il 4 giugno 2011



Segnalo a tutti un evento importante sugli ordini professionali: sabato 4 giugno 2011 a Trento, all’interno del Festival dell’Economia 2011, si terra’ la presentazione del libro Il cappio. Perche’ gli ordini professionali soffocano l’economia italiana di Riccardo Cappello.

Saranno presenti l’autore e Valeria Manieri (dirigente Lista Emma Bonino).

Per maggiori informazioni, visitate la pagina http://2011.festivaleconomia.eu/node/3589

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