Archivio per 2 dicembre 2011

Corriere della Sera, Sergio Romano: Gli ordini professionali frenano il progresso

Ottimo articolo, in formato lettera con risposta, pubblicato qualche giorno fa dall’ex ambasciatore Sergio Romano sul Corriere Della Sera.

GLI ORDINI PROFESSIONALI  NELL’ITALIA CORPORATIVA

Si è parlato di recente di abolire tutti gli ordini professionali, nella prospettiva di porre fine a residui corporativi che ostacolano un necessario processo di modernizzazione. Per impedire questa tanto tardiva quanto opportuna riforma si invoca l’esigenza, nell’interesse dei cittadini, di un pubblico controllo per l’esercizio di determinate attività professionali, cioè un esame di Stato. Ma qui, non so se per ingenuità o per malafede, si confondono cose del tutto diverse. Si può facilmente convenire che per esercitare professioni le quali richiedono specifiche conoscenze tecniche (non è certo il caso della professione giornalistica) sia opportuno un esame di Stato, volto a garantire che chi offre un servizio sia in grado di esercitarlo con la dovuta competenza. Ma una volta superato questo vaglio, non si vede perché si debba obbligatoriamente entrare a far parte di un ordine in grado di controllare l’esercizio di quella professione a cui siamo stati abilitati. Negli Stati Uniti, per ricorrere a un esempio che mi è familiare, per l’esercizio della professione legale occorre un esame di Stato, ma una volta superato questo esame non è affatto necessario per fare l’avvocato essere iscritto alla Bar Association, che rimane una libera associazione. Confondere l’esame di Stato con l’obbligo di arruolarsi in un organo corporativo, a me sembra del tutto pretestuoso. Lei cosa ne pensa?

Lettera di Roberto Vivarelli, Firenze

Risposta di Sergio Romano:

Caro Vivarelli, uno dei fenomeni meno constatati della storia italiana è la sopravvivenza delle istituzioni fasciste nell’Italia democratica. Il fascismo fu considerato la causa di tutti i mali della nazione e l’antifascismo divenne il necessario preambolo di qualsiasi dichiarazione pubblica. Ma una parte delle istituzioni e delle leggi concepite e scritte durante il regime vennero adottate dalla Repubblica. Il caso del corporativismo è particolarmente interessante. Lo Stato corporativo, che Mussolini aveva cercato d’instaurare soprattutto dopo la crisi del 1929, rimase in buona parte nella mente di Bottai e dei «corporativisti impazienti» (come Giovanni Gentile definì i suoi allievi comunisti nel 1943). Ma piaceva ai cattolici, sembrava la migliore risposta alla «lotta di classe» e appariva a molti come un ritorno alle società di mestiere che avevano assicurato all’Italia, nel Medio Evo, una sorta di leadership economica europea. Agli ordini professionali esistenti o creati dal fascismo (come quello dei giornalisti) si sono aggiunti così, negli ultimi sessant’anni, tutti quelli creati dalla Repubblica. Quasi tutte le professioni hanno ormai un «ordine», vale a dire una corporazione che detta le loro regole deontologiche, controlla gli accessi, stabilisce la soglia minima delle tariffe professionali e siede al tavolo delle trattative ogniqualvolta il governo «pretende » di mettere bocca nelle loro faccende. Le intenzioni e le giustificazioni sono nobili: assicurare correttezza e professionalità, evitare l’inquinamento degli azzeccagarbugli, dei guaritori, dei venditori di fumo, dei dilettanti. Ma nella realtà questi ordini diventano molto spesso cittadelle che difendono, insieme alle nomenklature che li governano, i privilegi dei soci. Le ricadute negative sono numerose. Le corporazioni frenano la modernizzazione dei mestieri perché ogni cambiamento turba i sonni di tutti coloro che temono di essere scavalcati dai tempi. Riducono drasticamente la competizione e penalizzano i giovani. Rallentano i progressi dell’Italia rispetto ai suoi partner europei.

L’articolo completo su Corriere.it

Qui il pdf della scansione dell’articolo, da Camera.it


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