Corriere della Sera, Sergio Romano: Gli ordini professionali frenano il progresso

Ottimo articolo, in formato lettera con risposta, pubblicato qualche giorno fa dall’ex ambasciatore Sergio Romano sul Corriere Della Sera.

GLI ORDINI PROFESSIONALI  NELL’ITALIA CORPORATIVA

Si è parlato di recente di abolire tutti gli ordini professionali, nella prospettiva di porre fine a residui corporativi che ostacolano un necessario processo di modernizzazione. Per impedire questa tanto tardiva quanto opportuna riforma si invoca l’esigenza, nell’interesse dei cittadini, di un pubblico controllo per l’esercizio di determinate attività professionali, cioè un esame di Stato. Ma qui, non so se per ingenuità o per malafede, si confondono cose del tutto diverse. Si può facilmente convenire che per esercitare professioni le quali richiedono specifiche conoscenze tecniche (non è certo il caso della professione giornalistica) sia opportuno un esame di Stato, volto a garantire che chi offre un servizio sia in grado di esercitarlo con la dovuta competenza. Ma una volta superato questo vaglio, non si vede perché si debba obbligatoriamente entrare a far parte di un ordine in grado di controllare l’esercizio di quella professione a cui siamo stati abilitati. Negli Stati Uniti, per ricorrere a un esempio che mi è familiare, per l’esercizio della professione legale occorre un esame di Stato, ma una volta superato questo esame non è affatto necessario per fare l’avvocato essere iscritto alla Bar Association, che rimane una libera associazione. Confondere l’esame di Stato con l’obbligo di arruolarsi in un organo corporativo, a me sembra del tutto pretestuoso. Lei cosa ne pensa?

Lettera di Roberto Vivarelli, Firenze

Risposta di Sergio Romano:

Caro Vivarelli, uno dei fenomeni meno constatati della storia italiana è la sopravvivenza delle istituzioni fasciste nell’Italia democratica. Il fascismo fu considerato la causa di tutti i mali della nazione e l’antifascismo divenne il necessario preambolo di qualsiasi dichiarazione pubblica. Ma una parte delle istituzioni e delle leggi concepite e scritte durante il regime vennero adottate dalla Repubblica. Il caso del corporativismo è particolarmente interessante. Lo Stato corporativo, che Mussolini aveva cercato d’instaurare soprattutto dopo la crisi del 1929, rimase in buona parte nella mente di Bottai e dei «corporativisti impazienti» (come Giovanni Gentile definì i suoi allievi comunisti nel 1943). Ma piaceva ai cattolici, sembrava la migliore risposta alla «lotta di classe» e appariva a molti come un ritorno alle società di mestiere che avevano assicurato all’Italia, nel Medio Evo, una sorta di leadership economica europea. Agli ordini professionali esistenti o creati dal fascismo (come quello dei giornalisti) si sono aggiunti così, negli ultimi sessant’anni, tutti quelli creati dalla Repubblica. Quasi tutte le professioni hanno ormai un «ordine», vale a dire una corporazione che detta le loro regole deontologiche, controlla gli accessi, stabilisce la soglia minima delle tariffe professionali e siede al tavolo delle trattative ogniqualvolta il governo «pretende » di mettere bocca nelle loro faccende. Le intenzioni e le giustificazioni sono nobili: assicurare correttezza e professionalità, evitare l’inquinamento degli azzeccagarbugli, dei guaritori, dei venditori di fumo, dei dilettanti. Ma nella realtà questi ordini diventano molto spesso cittadelle che difendono, insieme alle nomenklature che li governano, i privilegi dei soci. Le ricadute negative sono numerose. Le corporazioni frenano la modernizzazione dei mestieri perché ogni cambiamento turba i sonni di tutti coloro che temono di essere scavalcati dai tempi. Riducono drasticamente la competizione e penalizzano i giovani. Rallentano i progressi dell’Italia rispetto ai suoi partner europei.

L’articolo completo su Corriere.it

Qui il pdf della scansione dell’articolo, da Camera.it

5 Risposte a “Corriere della Sera, Sergio Romano: Gli ordini professionali frenano il progresso”


  1. 1 Pasquale Marinelli 3 dicembre 2011 alle 12:32

    Gli ordini professionali, senza alcuna distinzione, non dovrebbero essere imposti per legge. Gli ordini vanno aboliti! E se le esigenze di mercato richiedessero l’unione degli operatori di una medesima professionalità, allora che essa avvenga in modo autonomo e che ci sia la libertà di dar vita a più unioni di categoria, concorrenti fra di loro… http://www.pasqualemarinelli.com/index.php?subaction=showcomments&id=1322575522&archive=&start_from=&ucat=3&include_id=101

  2. 2 Rasputin 6 dicembre 2011 alle 19:29

    ti potrei parlare di commercialisti anche conosciuti nella mia zona(molto conosciuti, che in passato han tenuto posizioni di rilievo),preparatissimi magari tecnicamente,ma che non sanno utilizzare un computer,o il commercialista realmente non lo fanno più da anni,campando di rendita da chi ci lavora…che han preso o ancora non prendono la laurea,dovendo fare 6/7 esami…con continuo giro di tirocinanti,con il cavolo pagati manco con il panettone;io penso che se loro stessi sfruttano gli effetti della concorrenza al tempo stesso la subiscano;l’ordine è uno strumento difesa,abbiamo troppi avvocati,commercialisti etc…?nel momento stesso in cui verrà abolito l’ordine ci sarà una crescita dei soggetti praticanti,per poi regredire e diminuire,di vantaggi ce ne sarebbero molti…in primis sul servizio e sui costi;nel momento stesso in cui gli stessi commercialisti non avrebbero più interesse a formare,dovrebbe agire lo stato o altre organizzazioni ad hoc,a quel punto o i commercialisti etc…tornano a fare il loro lavoro,o pagano i collaboratori…

  3. 3 david 17 dicembre 2011 alle 18:17

    Lancio un appello a tutti i lettori dopo aver constatato le titubanze del Presidente Monti e del suo ministro della giustizia:
    Inviate quanti più messaggi possibili, in rete e non, a favore dell’ABOLIZIONE degli ordini professionali.
    Dev’essere il libero mercato e non le caste a decidere chi è meritevole o no.
    Grazie per la collaborazione.

  4. 5 Fabio 16 gennaio 2012 alle 17:37

    L’esame di stato è un proforma inutile, le nostre università sono tra le più lunghe in assoluto, oltretutto poi bisogna svolgere un tirocinio. La domanda sorge spontanea: “Ma se tu stato mi fai studiare di più di un altro paese mondiale, per quale motivo mi devi ancora a venire a chiedere le mie competenze, con un esame di stato?”. Che a mio avviso non è nemmeno formativo, io quello da Psicologo lo superai al primo tentativo, ma fu molto discutibile anche il modo con cui le domande furono impostate, mi hanno raccontato che a quello di giurisprudenza, si viene bocciati anche per banali errori grammaticali. Quindi se gli ordini possono servire per esercitare una certa forma di controllo per presunti abusivi, l’esame di stato è solamente un ostacolo all’inizio della professione.


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