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Illiberali e immorali le barriere all’ingresso sul mercato

di Alberto Mingardi  (Istituto Bruno Leoni)
2003

Dopo notai e architetti, ora anche gli ordini dei commercialisti, dei ragionieri, degli ingegneri, degli agronomi e dei periti industriali hanno chiesto un aumento delle tariffe minime. Ma mentre i media ci informano in merito alle perplessità del sottosegretario Michele Vietti (che deve fare i conti anche con richieste di aumento che, nel caso dei commercialisti, arrivano perfino al 47%), l’Istituto Bruno Leoni sollecita il Governo ad abolire al più presto gli ordini professionali, trasformandoli in libere associazioni senza obbligo di iscrizione ed abolendo – in stretta correlazione con tutto ciò – ogni tariffa minima.

Secondo Alberto Mingardi, direttore del dipartimento ‘Globalizzazione e Concorrenza’ dell’IBL, «un Governo che pretenda di essere liberale e rigettare le logiche stataliste non può ammettere l’imposizione di ‘prezzi minimi’, che ostacolano l’accesso al mercato dei giovani professionisti e penalizzano i consumatori». Per Mingardi, inoltre, «è indispensabile che il Governo Berlusconi abolisca al più presto gli ordini, che limitano l’accesso al mercato e tengono in vita un sistema oligopolistico del tutto illegittimo. Lo stesso commissario Mario Monti, tanto pronto a colpire le imprese che conquistano posizioni di preminenza sul mercato, potrebbe stavolta fare un buon uso dei propri poteri censurando queste posizioni di privilegio».

http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=0000000089&level1=0

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Perche’ gli ordini vanno riformati

di Geminello Alvi
1 novembre 2004

Chi vaghi per il suo quartiere alla faticosa ricerca di una farmacia non sa magari che in Italia due terzi dei farmacisti non hanno una farmacia, e neanche sospetta altri medioevali privilegi ereditari. E forse neppure chi deve convertire il suo mutuo poi si domanda piu’ di tanto perche’ una parte di quanto risparmia vada ai notai. Ne’ sa verosimilmente che una causa civile in Olanda costa la meta’ o che da noi nell’ultimo settennio i prezzi dei servizi sono cresciuti piu’ che in Francia e Germania. Comunque anche se lo sa, paga. Preferisce non pensare a come, oltre a tutto il resto, anche gli ordini professionali gli complichino la vita, protetti dallo stato. Tanto meno alla complicazione vorrebbero del resto pensarci i politici, per lo piu’ professionisti iscritti. Per quanto sia ipocrita la politica italiana, da decenni non c’e’ annuncio piu’ ipocrita della riforma “prossima” degli ordini. La politica lavora per obliarla con testi che non riformano niente, come quelli che riprendono le linee della riforma Vietti. Il probo Monti resta il solo che non dimentica.

Ha un parlare d’altri tempi cauto e lento, che tranquillizza il respiro e, nell’ultima intervista, prima di andarsene dal Belgio ricorda che le libere professioni come sono organizzate oggi non giovano alla concorrenzialita’. Bravo, perche’ insiste. Tra l’altro dopo aver da commissario smontato uno alla volta gli argomenti usati per perpetuarsi dagli ordini. Secondo gli studi comparativi voluti dalla Commissione risulta che da noi le professioni sono tra le piu’ regolamentate. E italianamente gia’ sappiamo che in Italia proprio l’abbondare di inghippi serve da sempre bene a esigere rendite. inoltre pare che gli Stati con meno regolamentazione abbiano anche un piu’ elevato numero di professionisti e costoro generino una cifra d’affari complessiva piu’ elevata. Se ne deduce, per logica, che in Italia alcuni sono protetti dagli ordini piu’ degli altri. Ne’ hanno ragione quanti sostengono che le tariffe minime garantiscono la qualita’ delle varie prestazioni: prezzi imposti non impediscono a prestatori poco scrupolosi di offrire servizi di scarsa qualita’. Quanto ai vari divieti o limiti di pubblicita’: aumentano onorari senza avere incidenza sulla qualita’. Parola questa dai tempi di Aristotele vaghissima, e’ pur vero, e che tuttavia viene ad esempio certificata per le imprese da istituti e procedure, che non abbisognano di corporazioni precostituite.

Come sono invece gli ordini a cui un professionista e’ costretto a iscriversi dalla legge fascistissima 897 del 25.4.1938, la quale prevede la specchiata condotta “politica” dell’iscritto. Mentre ci sono oltre due milioni di professionisti emergenti per cui non ci sono obblighi, resistono insomma quelli coi privilegi di prezzo e gilda sanciti dall’ideologia corporativa. Il che per un’economia liberista o anche solo liberale e’ un po’ troppo. Ma non per la politica di sinistre o Polo, la cui legge pare piu’ attenta a esorcizzare il terrore degli ordini di essere omologati alle imprese dalla Ue, che non a liberalizzare. Obliando che non solo e’ certo che gli ordini non hanno per loro primo fine quello di proteggere la concorrenza o i consumatori. Ma che ormai e’ dubitabile persino la loro efficacia nella protezione degli interessi dei singoli professionisti. Non solo perche’ le professioni mutano e se ne aggiungono di altre, sempre nuove. Ma perche’ le regole odierne servono a certuni piu’ che ad altri. Insomma, protette le mutue autonomie dai vampiri dell’Inps, quale funzione autentica e legittima funzione di difesa dei consumatori possono vantare?

Gli ordini non vanno aboliti, sarebbe arbitrio. ma ricondotti alla loro sana natura di associazioni liberali su base volontaria. Infatti soppressa quella norma assurda che implica l’iscrizione obbligatoria, si sgonfierebbero come prevedeva Einaudi. Si creerebbero associazioni piu’ agili. Ognuna magari con una sua certificazione di qualita’ registrata in sede europea e mutue diverse. Insomma e’ ormai tempo che a ordini, sindacati e associazioni si smetta di riconoscere uno statuto politico. Le sopravvivenze neocorporative che prevalsero nel dopoguerra, non hanno oggi piu’ gran senso neanche per i professionisti.

http://www.mnlf.it/Perch%C3%A920gli%20Ordini%20vanno%20riformati.htm

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Professioni: la riforma di cui ha bisogno il paese è il radicale superamento del sistema ordinistico, e prima o poi esploderà il problema delle casse professionali

di Michele De Lucia (tesoriere Radicali Italiani)

28 novembre 2006

Va dato atto a Maurizio de Tilla, presidente della Cassa Forense e presidente dell’Adepp (Associazione delle casse di previdenza autonome) di avere ulteriormente chiarito, con le dichiarazioni antiliberali rilasciate oggi, l’importanza della posta in gioco per quanto riguarda la riforma delle libere professioni: si tratta di una vera e propria riforma strutturale, attesa da milioni di cittadini, ma di una riforma che, per essere tale, non può che passare dal radicale superamento dell’attuale sistema ordinistico. Gli ordini sono enti pubblici, monopolisti dell’accesso alla professione assegnata, capaci solo di attestare che un giorno di molti o moltissimi anni fa un proprio iscritto ha sostenuto un esame, ma del tutto incapaci di consentire ai consumatori di conoscere le reali e attuali capacità dei professionisti, come avviene invece nei sistemi anglosassoni basati sulla concorrenza (e, quindi, sulla trasparenza) tra libere e private associazioni di professionisti.

A de Tilla, che si straccia le vesti perché verrebbero fatte “riforme senza concertazione”, e allo stesso ministro Mastella, che nel difendere la propria proposta, anch’essa fortemente conservatrice e del tutto inadeguata alle necessità del Paese, tiene a ribadire di aver agito nell’ambito della concertazione, rispondiamo che in Italia la concertazione tra lo Stato e le categorie è sinonimo di corporativismo, contro il mercato, contro la concorrenza, contro l’interesse generale dei cittadini, contro quanto viene continuamente richiesto al nostro Paese dall’Autorità antitrust italiana e dall’Unione europea.

De Tilla potrebbe forse più utilmente occuparsi delle casse professionali, che in prospettiva rappresentano una ulteriore mina vagante per il sistema previdenziale: stante la sempre maggiore stabilizzazione degli ingressi, per cui prima o poi agli iscritti corrisponderanno altrettante pensioni, oltretutto generose, perché ancora erogate in base alla media dei redditi dichiarati, il modello a ripartizione e retributivo non potrà reggere, a meno di ritenere che le categorie possano crescere all’infinito. Se poi restano gli attuali vincoli all’accesso…

http://www.radicali.it/view.php?id=77307

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L’ordine dei giornalisti è incompatibile con la libertà di parola
di Silvio Boccalatte (Istituto Bruno Leoni)
6 aprile 2009
L’esistenza stessa dell’Ordine dei Giornalisti costituisce una minaccia alla libertà di parola e di espressione: secondo la Costituzione, la manifestazione del pensiero può avvenire ‘liberamente’
L’esistenza stessa dell’Ordine dei Giornalisti costituisce una minaccia alla libertà di parola e di espressione. Lo sostiene Silvio Boccalatte, avvocato e fellow dell’Istituto Bruno Leoni, nel Focus “Fanno il silenzio e lo chiamano Ordine (dei giornalisti)” (PDF).

Boccalatte prende lo spunto dalla vicenda di Pino Maniaci, direttore di una tv siciliana antimafia, recentemente incriminato per esercizio abusivo della professione. Scrive Boccalatte: “secondo la Costituzione, la manifestazione del pensiero può avvenire ‘liberamente’, quindi vi è una contrapposizione frontale rispetto all’Ordine dei giornalisti, creato dal regime fascista con il Regio Decreto 26 febbraio 1928, n. 384, al solo scopo di impedire che soggetti non ideologicamente ‘allineati’ potessero svolgere attività giornalistiche”. Per Boccalatte, che l’iscrizione obbligatoria all’Ordine non sia necessaria a garantire la professionalità dei giornalisti lo provano non solo la sua evidente incompatibilità coi principi di libertà di parola, ma anche il fatto che “l’esistenza dell’Ordine dei giornalisti pone l’Italia in una situazione quasi unica nel mondo occidentale. Senza andare a scomodare il Primo Emendamento alla Costituzione Americana, basti rilevare che, nel mondo europeo, Gran Bretagna, Irlanda, Danimarca, Austria, Olanda, Germania, Grecia e Finlandia non hanno nemmeno una legge che regolamenti la professione del giornalista, mentre in Francia esiste solo una definizione legale di ‘giornalista’ dettata dal Codice del Lavoro”.

Il Focus di Silvio Boccalatte, “Fanno il silenzio e lo chiamano Ordine (dei giornalisti)”, è liberamente disponibile qui:

http://ordiniprofessionali.files.wordpress.com/2010/01/istituto_bruno_leoni_focus_129_silvio_boccalatte_ordine_giornalisti.pdf

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Una sfida liberista
di Francesco Giavazzi
6 novembre 2003

Il professor Renato Brunetta è probabilmente l’economista migliore del centrodestra. In una parte politica che a parole si definisce liberista, ma in realtà non perde occasione per difendere ogni piccola rendita, dai notai ai farmacisti, dagli avvocati ai tassisti, Renato Brunetta è rimasto un sincero liberista. Le sue analisi sullo stato dei conti pubblici o sulla scarsa efficacia degli interventi del Governo in materia di pensioni, non fanno mai prevalere lo spirito di parte sulla verità. Sorprende quindi la sua difesa a spada tratta delle libere professioni, le cui rendite sono minacciate dalla scure del commissario europeo alla Concorrenza Mario Monti. (Il Sole 24Ore, 23,29 e 30 ottobre).

Brunetta sulle libere professioni

Sarà perché il cuore del suo collegio elettorale è Venezia, una città dove ormai, oltre ai venditori di mascherine, sono rimasti solo avvocati e commercialisti, ma speravo di meglio.

“Un sistema di tariffe obbligatorie non solo permette di evitare che i membri della professione offrano servizi inadeguati, ma è anche idoneo a tutelare l’indipendenza e l’integrità della professione nell’interesse dei clienti”, “i membri delle professioni debbono poter contribuire a stabilire i periodi di tirocinio richiesti, i programmi di studio, e fungere da esaminatori per l’abilitazione all’esercizio della professione”, “le norme necessarie nel contesto di ciascuna professione non devono essere considerate come restrizioni della concorrenza.”. Con le proposte della Commissione europea “si potrebbe arrivare ad aprire in modo indiscriminato i mercati continentali alla colonizzazione da parte delle potenti strutture di società di servizi britanniche”. Se questo è il meglio del liberismo del centrodestra …

Tre provvedimenti concreti

Si è aperto un dotto dibattito sulla regolamentazione delle professioni. A mio parere il risultato di queste discussioni è che, almeno per molti anni, nessuna rendita verrà eliminata.
Anziché dall’esegesi del ruolo del professionista,partirei da tre provvedimenti concreti (gli esempi sono molti, ma questi tre sono significativi).
1. Eliminazione dell’obbligo della firma da parte di un notaio, con relativa parcella, nella compravendita di auto usate;
2. Eliminazione dell’obbligo di frequenza di una laurea specialistica per esercitare la professione di commercialista: un diploma in ragioneria e tre anni di università sono più che sufficienti per tenere i conti di uno negozio di medie dimensioni;
3. Eliminazione degli albi professionali e, tanto per cominciare, eliminazione dell’albo dei giornalisti.

Sfido il professor Brunetta: se farà depositare in Parlamento un progetto di legge di maggioranza con queste tre semplici norme, sono disposto a seguirlo in qualunque dotta discussione sulla specificità delle libere professioni. Ma dopo, non prima.

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Viva Monti, Viva Giavazzi, ma con giudizio

di Renato Brunetta
11 novembre 2003

Il professor Mario Monti ha fatto un ottimo lavoro a Bruxelles per promuovere la concorrenza ed il mercato e io l’ho sempre aiutato e difeso. Sono suo amico, e come si fa con gli amici, quando sbaglia, visto che qualche volta sbaglia anche Lui, glielo dico.
E sui liberi professionisti Mario Monti sta sbagliando e di grosso, spinto da massimalisti del mercato, talvolta poco informati e da britannici (quanti ce ne sono nei servizi di Monti!) molto interessati a distruggere il modello professionale continentale per promuovere il loro.
Quanto al professor Francesco Giavazzi, oltre ad essere uno dei migliori economisti italiani è anche lui mio amico. Al punto che ogni volta che scrive qualcosa di intelligente (e ciò avviene spesso), lo chiamo per dirglielo.
E anche stavolta non voglio perdere l’occasione di dirglielo.
E’ vero: la firma del notaio per la compravendita di un’auto usata non serve. D’altronde non ho mai detto il contrario. Aboliamola dunque; penso che su questo siano d’accordo anche i più avveduti tra i notai.
E mi fa piacere notare di aver convinto Giavazzi che, per altri versi, i notai servono visto che fino a poco tempo fa egli andava dicendo che occorreva abolire del tutto il notariato.
Finalmente anche Giavazzi ha capito come la consulenza giuridica imparziale di un notaio nelle compravendite immobiliari, specie in quelle più complesse, aiuti a prevenire le controversie. Sa anche lui quanto l’eccesso di contenzioso e la lunghezza dei processi pesi sulla competitività del sistema Italia. E’ lui ad affermare che “La lentezza della giustizia civile ha costi molto elevati: la durata media di un’esecuzione giudiziaria è di 3-5 anni in Italia, 2-3 mesi in Olanda, meno di un anno in Francia, poco più in Germania.” Quanto ci sono utili e quanto potrebbero esserci ancor più utili i notai nelle esecuzioni giudiziarie e quali protagonisti dei metodi alternativi di risoluzione delle controversie!
Come sono d’accordo con Giavazzi sull’abolizione dell’albo dei giornalisti.

A proposito dei commercialisti poi, Giavazzi, da docente anche di futuri commercialisti, dovrebbe sapere che già ora si può in Italia far la contabilità di un negozio senza essere iscritti ad alcun albo professionale e senza aver frequentato alcuna scuola particolare. Non esiste riserva in questo ambito. Da figlio di commercianti veneziani, settore vetri di Murano, so bene che la contabilità il commerciante se la può fare anche da solo (quando ero studente la facevo io la contabilità a mio padre) visto che è il commerciante stesso a firmare le dichiarazioni fiscali ed i bilanci.
Quanto agli albi professionali credo che in un sistema come quello italiano un controllo pubblico delle professioni sia necessario. Almeno di quelle che hanno a che fare direttamente con i nostri diritti fondamentali, con la tutela di interessi generali rilevanti. Certo, possiamo discutere su come gli ordini professionali svolgono la loro funzione di tenuta degli albi, se essi talvolta non proteggano i professionisti invece di proteggere i cittadini dai cattivi professionisti. Lo Stato, poi, dovrebbe sorvegliare e non lo fa per nulla.
Ciò non significa, però, che si debba buttare l’acqua sporca con il bambino dentro.
Anche perché l’alternativa sarebbe il modello anglosassone: professioni senza regole, ma libere associazioni private con regole rigidissime. E chi non è membro dell’associazione non lavora. Da noi, caro Giavazzi, il modello anglosassone non può funzionare perché mancano le condizioni storiche e le tradizioni sociologiche e giuridiche. L’autoregolamentazione e le istituzioni dell’autoregolamentazione necessitano di un contesto come quello britannico nel quale agiscono come fattori determinanti la reputazione sociale di chi rispetta regole ed istituzioni e l’esclusione sociale di chi non le rispetta.
Quanto alle tanto deprecate tariffe obbligatorie, certo non sono la soluzione ideale. Ma se realmente fissate dallo Stato tenendo conto dell’interesse generale sono il male minore. Provi infatti il professor Giavazzi e rivolgersi ad uno studio professionale britannico di medio-basso livello. Vedrà che conti gli arriveranno. E soprattutto stia attento a non telefonare troppo spesso al suddetto professionista britannico: ogni secondo di telefonata se lo ritroverà fatturato!
Ciò che dobbiamo evitare sono i cartelli tra professionisti come quello degli architetti belgi o di altre categorie che si fissano da soli il tariffario chiamandolo magari orientativo.
Se Giavazzi infine avesse fatto un po’ di politica come me (non è mai troppo tardi, e farebbe bene nel suo caso alla politica), si sarebbe reso conto della realtà e non penserebbe solo a modelli economici astratti, adatti a mondi ideali che non esistono. Peraltro, non essendo chiamato a rispondere a nessuno delle sue idee se non alla scienza economica, può continuare liberamente a professarle, ma non speri che esse siano acriticamente applicate. Il liberismo ed il mercato non sono concetti astratti. Il mercato, come Giavazzi sa bene, funziona se vi è la giusta dose di regole, che varia da settore a settore, da Paese a Paese.
Il comunismo è morto, non dobbiamo farlo risorgere sotto forma di “comunismo di mercato” dove tutti sono uguali e magari qualcuno è più uguale degli altri.

http://www.lavoce.info/articoli/pagina751.html

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La contro-replica

di Francesco Giavazzi

11 novembre 2003

Molto sportivamente, Renato Brunetta ha accolto la mia sfida. Ora attendo che egli sottoponga al Parlamento un progetto di legge per abolire l’obbligo della firma di un notaio sull’atto di compra-vendita di auto usate e per cancellare
l’albo dei giornalisti. Non appena lo avrà fatto sarò pronto a discutere con lui di tutto, anche delle ragioni “storiche, sociologiche e giuridiche ” per cui i principi dell’economia di mercato non sarebbero applicabili in Italia.

http://www.lavoce.info/articoli/pagina751.html

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Cosa ne e’ stato del progetto di liberalizzare gli ordini professionali?

di Pasquale Annicchino

17 marzo 2007

Cosi’ “ il governo dei giovani ” ha preparato la sua trama, allestito la scenografia e celebrato il suo spettacolo. Annunci trionfalistici di liberalizzazioni, abolizioni di barriere per l’ingresso nelle libere professioni…

Cosa ne è stato del progetto di liberalizzare gli ordini professionali?
Seduzione di Stato. Anche gli organi di governo si modernizzano e si adeguano all’era dello spettacolo generalizzato. Regis Debray in un bel libello ne tracciava l’aspetto fenomenologico sottolineando come ormai anche lo Stato sia divenuto uno spettacolo da gestire per poi raccogliere gli applausi. (R. Debray, Lo stato seduttore. Le rivoluzioni mediologiche del potere)

Cosi’ “il governo dei giovani” ha preparato la sua trama, allestito la scenografia e celebrato il suo spettacolo. Annunci trionfalistici di liberalizzazioni, abolizioni di barriere per l’ingresso nelle libere professioni, riduzione dei tempi del tirocinio (vero e proprio sfruttamento legalizzato di Stato) insomma il disegno di legge Mastella doveva essere la democrazia del desiderio.
Ma a quasi tre mesi dalla sua stesura poco e’ cambiato, nessuno parla piu’ della necessita’ di svecchiare gli ordini e di minimizzare l’impatto che questi hanno sulle scelte professionali dei giovani.

Una classe politica che non ha il coraggio delle proprie decisioni e che preferisce rifugiarsi nella tautologia. In logica una tautologia e’ “un’affermazione vera per definizione, quindi priva di valore informativo. Le tautologie logiche ragionano circolarmente attorno agli argomenti ed alle affermazioni” ( wikipedia). Il trionfo del “cerchiobottismo”.
Intanto gli ordini, che tutto sono tranne che cerchiobottisti, approvano un regolamento sulla formazione permanente (con il sigillo di Stato) che e’ utile a tutto e tutti, tranne che ai giovani…

Il governo intanto continua a celebrare la liturgia del giovanilismo. Forse uno che di spettacolo se ne intendeva, perche’ attore, l’ex presidente degli Stati Uniti R. Reagan aveva capito tutto : “la politica e’ il problema, non la soluzione” amava dire. Oggi, in Italia, appare vero piu’ che mai. Cari giovani ministri apprezzate la verita’ per sgradevole che sia.
Come concludeva Debray: “Sfondate i muri di immagini, riaprite con le parole le finestre dello spazio”. O forse sarebbe compito nostro strappar loro quello spazio. La ricetta e’ semplice: meno politica, meno ordini professionali. Piu’ merito, piu’ concorrenza.

http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=4894

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Gli ordini da abolire

di Fulvio Cammarano (Corriere adriatico)
23 marzo 2009

Gli ordini professionali sono delle corporazioni vere e proprie. Sin qui non ci sarebbe nulla di male: la corporazione, infatti, è – secondo il dizionario De Mauro – “una associazione professionale molto compatta nel difendere i propri interessi”. I problemi sorgono non appena ci rendiamo conto che tale arcigna difesa comporta il danneggiamento degli interessi dei cittadini. L’Antitrust, cioè l’autorità garante della concorrenza e del mercato (che in Italia dovrebbe essere un organismo molto più potente e visibile di quello che è), ha denunciato il comportamento “castale” di tali ordini.
Ha cioè dichiarato che la maggior parte dei professionisti protetti da ordini professionali (come architetti, avvocati, consulenti del lavoro, farmacisti, geologi, geometri, giornalisti, ingegneri, medici e odontoiatri, notai, periti industriali, psicologi, dottori commercialisti ed esperti contabili) si è garantita una serie di privilegi ingiustificati mostrando, come è ovvio, un’elevata resistenza al cambiamento. L’organismo che vigila sulla concorrenza ha reso pubblica tale situazione dopo aver completato un’indagine sugli ordini professionali, avviata nel 2007, da cui emerge “una scarsa propensione delle categorie, sia pur con positive eccezioni, ad accogliere nei codici deontologici quelle innovazioni necessarie per aumentare la spinta competitiva all’interno dei singoli comparti’’. Anzi, ‘’la liberalizzazione della pattuizione del compenso del professionista, la possibilità di fare pubblicità informativa e di costituire società multidisciplinari – si legge nelle conclusioni – non sono state colte come importanti opportunità di crescita ma come un ostacolo allo svolgimento della professione’’.

Gli ordini, secondo l’Antitrust, non possono più tardare nell’adeguarsi alle normative europee, introducendo quei “principi concorrenziali più volte ribaditi anche a livello comunitario”. Così il Garante invita ad agire con gli strumenti legislativi contro l’immobilismo degli ordini. Sappiamo tutti che l’impresa è particolarmente dura, come ha avuto modo di verificare il ministro per lo Sviluppo economico del governo Prodi, Pierluigi Bersani, nel momento in cui ha tentato di introdurre un pacchetto di leggi sulle liberalizzazioni. E sì, perché, in fin dei conti, quando parliamo di “corpi” parliamo di strutture che per loro natura si oppongono alla liberalizzazione cioè allo scioglimento di quei lacci e lacciuoli grazie ai quali le attività professionali, come altri generi di corporazione, possono usufruire di un qualche tipo di pubblica protezione che il più delle volte si traduce in norme che regolamentano le tariffe e l’accesso alla professione o al mestiere, rendendo così difficile la concorrenza. E i consumatori sanno che minore è la concorrenza maggiori sono i prezzi, così come temono le intese tra strutture oligopolistiche perché restringono la concorrenza.

E’ noto che le categorie professionali rivendicano alla corporazione anche un ruolo di garanzia della qualità del servizio erogato. Tuttavia sarebbe opportuno che la qualità e la serietà professionale venissero garantite dalla concorrenza stessa e, in seconda battuta, come per ogni altra contrattazione di beni e servizi, dal codice civile, prima, e da quello penale, poi. Credo che la sconfitta di tali resistenze corporative, comprensibili a livello individuale visto che a nessuno si può chiedere di rinunciare volontariamente a privilegi e condizioni di favore, rappresenti il banco di prova per il grande cambiamento dell’Italia di domani. Provare cioè ad essere un Paese normale senza bisogno che ci siano dei racket, delle associazioni, dei potentati legalizzati che, in cambio di una qualche tipo di pizzo (e i prezzi più alti in fondo sono una forma legale di pizzo), “protegga” e “garantisca” il consumatore. Per tale ragione, se vogliamo evitare pericolosi distinguo, si dovrebbe intraprendere la strada suggerita dall’Associazione dei consumatori, un percorso radicale a partire proprio dalle associazioni professionali: “i tentativi di riforma degli Ordini sono inutili. Solo la loro abolizione potrebbe democratizzare offerte e domande’’.

http://www.radicali.it/view.php?id=139426

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Decreto Bersani, cosa resta da fare:  le professioni

Istituto Bruno Leoni

11 settembre 2006

Erede della cultura corporativistica del Ventennio il sistema
delle professioni tende non soltanto ad essere chiuso su se
stesso (operando in maniera “protezionistica”), ma finisce
per generare apparati elefantiaci che i singoli professionisti
obbligati ad associarsi a questo o quell’ordine sono costretti
a tenere in vita. Per restituire alle logiche di mercato tale universo
economico non vi è quindi che la strada di una piena
liberalizzazione degli ordini professionali, che cancelli la posizione
monopolistica degli ordini attuali e permetta la nascita
e lo sviluppo di associazioni di categoria di ogni genere.
Invece che – ad esempio – un solo ordine degli ingegneri
a cui è obbligatorio iscriversi si deve poter lasciar emergere
un’ampia varietà di associazioni di ingegneri: ciascuna con
le proprie regole deontologiche, i propri criteri di ammissione
ed espulsione, le proprie quote associative, la propria gamma
di servizi.
La liberalizzazione degli ordini e delle professioni, in tal modo,
porrebbe le basi per una riduzione degli oneri (pecuniari e di
altro genere) che il sistema attuale finisce per far gravare sui
professionisti italiani. Ne deriverebbe un vantaggio per i medici,
gli avvocati o gli architetti, e di conseguenza anche per
i loro stessi clienti (poiché è evidente che una parte delle tariffe
attuali fissate dai professionisti è la diretta conseguenza
degli oneri imposti dalla loro forzata partecipazione agli ordini
attuali).
Una volta liberalizzati, gli ordini diventerebbero associazioni
indipendenti in competizione tra loro, chiamate anche
a certificare la qualità dei propri associati: tramite esami di
ammissione e verifiche periodiche. Solo la concorrenza tra
tali realtà è infatti in condizione di indurre ognuna di loro ad
operare al meglio, preoccupandosi davvero di vegliare sulla
qualità dei servizi offerti dai propri associati e di fornire loro i
servizi di cui hanno più bisogno.
Non si deve neppure dimenticare come una riforma di questo
tipo avrebbe ripercussioni significative sulla previdenza
(si pensi al capitolo delle mutue di categoria) e sullo stesso
accesso alla professione. In merito a questo ultimo punto,
in effetti, ogni associazione avrebbe la piena facoltà di
definire i propri criteri di ammissione. Da questo deriverebbe
una varietà di associazioni: con profili culturali diversi, con
distinti standard qualitativi, con rette associative più o meno
onerose.
In tal modo si otterrebbero in un colpo solo importanti risultati.
In primo luogo, l’eliminazione della “strettoia” rappresentata
dall’esame di Stato aprirebbe il mercato a chi oggi ne è
tenuto temporaneamente fuori, a causa del meccanismo di
ammissione: basti pensare all’ordine dei giornalisti, ma anche
a quello degli avvocati e ad altri ancora (vedi: Ordine dei
giornalisti: Bersani, dai un taglio pure qua, IBL Focus no.32).
Restituire la libertà di iniziativa ai professionisti oggi “fuori dal
mercato” per volontà di norme illiberali aumenterebbe la
competizione all’interno delle professioni stesse, contribuendo
ad elevare la qualità dei servizi resi dai professionisti. In secondo
luogo, la fine dell’iscrizione all’unico ordine professionale
liberebbe tali lavoratori autonomi dal prelievo – che di
fatto, oggi, è di natura para-fiscale – della quota di iscrizione
al loro ordine. Infine, tutto ciò costringerebbe le associazioni
di categoria sorte al posto dell’unico ordine attuale a servire
davvero i loro iscritti: chiedendo rette inferiori e gestendo
in maniera più oculata le proprie strutture, al fine di assicurare
un sostegno di migliore qualità agli associati. Questa
apertura alla concorrenza avrebbe importanti conseguenze
anche sul piano culturale, dato che permetterebbe il costituirsi
di realtà di orientamento anche molto diverso, affrancando
tante forze e intelligenze oggi bloccate dalle rigidità
del sistema.
Una riforma volta a liberalizzare le professioni avrebbe quindi
l’effetto benefico di favorire sia i consumatori (che possono
soltanto avvantaggiarsi da un’apertura del mercato e da
un’accresciuta concorrenza) che i professionisti, i quali hanno
bisogno di disporre di associazioni effettivamente al loro
servizio.
http://brunoleonimedia.servingfreedom.net/Varie/IBL_Pos_Paper_Liberalizzazioni.pdf

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L’albo mussoliniano dei giornalisti

di Beppe Grillo
25 Gennaio 2008

A Venezia, Hitler, al primo incontro con Mussolini, si presentò vestito con un impermeabile sgualcito. Il duce e i suoi ministri erano in divisa, fez, stivali, fasci littori e bandiere. Mancavano solo gli schiavi africani con le trombe vestiti di pelle di leone. Da allora Hitler decise di copiare tutto dal fascismo. Tranne una cosa: l’albo professionale dei giornalisti. Non aveva abbastanza pelo sullo stomaco.
Mussolini creò nel 1925, unico al mondo, un albo nel quale si dovevano iscrivere i giornalisti. L’albo era controllato dal Governo e messo sotto la tutela del ministro della Giustizia, il Mastella dell’epoca.
Nel 1963 l’albo divenne con una nuova legge ordine professionale dei giornalisti con regole, pensione, organismi di controllo, requisiti di ammissione. Una corporazione con dei saldi principi. Infatti nella legge 69/1963 è scritto che: è diritto insopprimibile dei giornalisti la libertà d’informazione e di critica, mentre è loro obbligo inderogabile il rispetto della verità sostanziale dei fatti osservati sempre i doveri imposti dalla lealtà e dalla buona fede.
Einaudi scrisse: “L’albo obbligatorio è immorale, perché tende a porre un limite a quel che limiti non ha e non deve avere, alla libera espressione del pensiero. Ammettere il principio dell’albo obbligatorio sarebbe un risuscitare i peggiori istituti delle caste e delle corporazioni chiuse, prone ai voleri dei tiranni e nemiche acerrime dei giovani, dei ribelli, dei non-conformisti”
Berlinguer aggiunse: “Io sono contrario al requisito di qualsiasi titolo di studio per la professione di giornalista, perché considero questo come una discriminazione assurda, una discriminazione di classe, contraria alla libertà di stampa e alla libera espressione delle proprie opinioni”.
L’informazione è libera e l’ordine dei giornalisti limita la libertà di informazione. Chiunque deve poter scrivere senza vincoli se non quelli previsti dalla legge.
I giornalisti liberi straccino la tessera, non ne hanno bisogno, il loro unico punto di riferimento è il lettore.
Il 25 aprile 2008 si firmerà per un referendum in tre punti per una libera informazione in un libero Stato. Il primo punto sarà l’abrogazione della legge 66/1963, perchè l’accesso alla professione di giornalista e il suo esercizio siano liberi da vincoli burocratici e corporativi di sorta.

http://www.beppegrillo.it/2008/01/lalbo_mussolini/index.html

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Dossier sugli ordini professionali a cura di Antonio Mauro, da Radicali.it

Per scaricare il dossier:

http://ordiniprofessionali.files.wordpress.com/2010/01/tesi_antonio_mauro_ordini_professionali.pdf

2 Risposte a “Materiale”


  1. 1 GIOVANNI 2 marzo 2011 alle 15:48

    Ho letto un articolo che propone la liberazione degli O.P.quindi una moltiplicazione per ogni categ. prof.dell’attuale O.P.unico, a me questo sembra proprio un ASSURDO pensiero frutto di una mente assuefatta alla cultura Ordinistica: lo vogliamo capire che gli O.P. non servono, sono obsoleti, fini a se stessi, e strumentabili politicamente. Per tutelarsi i professionisti hanno la legge, lo stesso vale per i fruitori della prestazione professionale…Gli O.P. sono da eliminare perché costosi ed inutili.

  2. 2 Eugenio Tanto 29 dicembre 2011 alle 16:10

    Il più grave errore è quello di pensare che tutti i professionisti siano favorevoli agli Ordini. Non è così! Gli Ordini sono un sistema che garantisce altri sistemi e genera privilegi e favori. Costi, insomma. Apparati privi di potere dove serve e fin troppo potenti dove non serve. In realtà non sono in grado di intervenire dove veramente dovrebbero farlo basti pensare ai medici abusivi, che lavorano persino negli Ospedali e non sono certo gli ordini a smascherarli.


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