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AgenziaRadicale.com – Ordini professionali contro l’articolo 18 della Costituzione

Segnaliamo questo bell’articolo di Gerardo Mazziotti per AgenziaRadicale.com

Il nuovo ministro e i vecchi Ordini

di GERARDO MAZZIOTTI

Nella nefasta temperie razziale fascista venne introdotta, con la legge n° 897 del 25 aprile 1938, la obbligatorietà della iscrizione agli albi ai fini dell’esercizio professionale col chiaro intento di impedirlo agli antifascisti, agli ebrei e, perché no, anche ai gay. Venne infatti disposto che “ Non possono essere iscritti agli albi professionali e, se iscritti, devono essere cancellati coloro che non siano di specchiata condotta morale, civile e politica ”.

Le leggi antisemite di quell’anno, che hanno fatto dire a più di un deficiente che il fascismo è stato “il male assoluto”, sono state prontamente cancellate. Tutte. Tranne la 897 del ’38 ancorché in evidente contrasto con l’art. 18 della Costituzione secondo cui “ I cittadini hanno il diritto di associarsi liberamente, senza autorizzazioni, per fini che non siano vietati dalla legge penale”.

E sapete perché? Perché su questa legge fascista è costruito il sistema ordinistico italiano. Che obbliga a stare insieme professionisti che non sono legati da alcuna affinità politica, culturale, sessuale, morale, religiosa, filosofica, etica. Tant’è vero che in certi albi professionali si trovano iscritti quelli che si battono contro la speculazione edilizia e la criminalità organizzata e quelli che invece la fanno e sono collusi.

E nemmeno il ministro della Giustizia Angelino Alfano ha capito che il nodo vero della questione ordinistica è l’abolizione della legge fascista perché in contrasto con la Costituzione. Come chiedevano Luigi Einaudi, Ugo LaMalfa, Indro Montanelli, Bruno Zevi, Giacomo Mancini, Marco Pannella, non per sciogliere gli Ordini ma per ripristinare la libertà di iscrizione. E per agevolare la formazione di libere associazioni professionali. Continuo a sperare che, in un sussulto di intelligenza, il Parlamento deciderà un giorno di farlo.

Nell’attesa, voglio fare chiarezza sul maggior argomento in discussione il 15 aprile prossimo: la “liberalizzazione” delle tariffe professionali, decisa dal ministro Bersani nel 2006.. Non hanno ragione di protestare gli Ordini professionali degli ingegneri e degli architetti perché i minimi tariffari furono aboliti ai tempi dell’Ina-Casa e della Gescal quando i loro compensi professionali furono ridotti del 25%. Venne chiarito in termini inequivocabili che “ la inderogabilità riguarda i rapporti con la committenza privata e non con quella pubblica (…) i comuni, le province e qualunque altra pubblica amministrazione possono stabilire compensi inferiori a quelli previsti nella legge 143/49 e successivi adeguamenti”.

E per eliminare le polemiche sull’entità della riduzione, che variava da ente a ente, intervenne, successivamente, la legge del 26 aprile 1989 n° 155 che ha stabilito la riduzione massima del 20%. Infatti, i comuni e le province hanno un Disciplinare Tipo, approvato dai consigli comunali e provinciali, nel quale è chiaramente stabilito che “i compensi spettanti al professionista incaricato saranno dedotti dalla legge 143/49 e successivi adeguamenti con la riduzione del 20%”. .(…). E non risulta che gli Ordini professionali abbiano protestato contro queste “liberalizzazioni” che possiamo considerare “ante litteram”.

Anzi le hanno sempre avallate con la presenza dei loro consiglieri provinciali e nazionali nelle amministrazioni di comuni, province e iacp, addirittura come sindaci e presidenti. Quanto poi alle conseguenze “disastrose” che la “liberalizzazione” e la “ concorrenza” producono sulla “qualità” delle prestazioni professionali, secondo certi teorizzatori della “eticità della professione”, posso citare più di un’opera architettonica di sublime bellezza la cui progettazione è stata compensata con tariffa ridotta e, di contro, più di un’opera di spietata bruttezza per la cui progettazione è stata applicata la tariffa intera. E talvolta anche aumentata. Talché l’invito al ministro Alfano a lasciar perdere la questione delle tariffe e a impegnarsi per l’inveramento dell’art.18 della Costituzione.

http://www.agenziaradicale.com/index.php?option=com_content&task=view&id=10158&Itemid=50

Riforma dell’Ordine dei Giornalisti, qualcosa si muove

Riportiamo quest’articolo pubblicato su AgenziaRadicale.com:

L’Ordine dei Giornalisti e il Giuri’ dell’informazione

di GIORGIO PRINZI

Si torna a parlare di riforma dell’Ordine dei Giornalisti, tema che abbiamo più volte affrontato da queste pagine, evidenziando come una legge concepita quando l’unica informazione era quella veicolata su carta stampata con caratteri composti con piombo sia del tutto inadeguata di fronte alla realtà attuale dell’informazione e della comunicazione.

Alla tradizionale posizione “radicale” dei Radicali, che altrimenti non sarebbero tali, che propugnano l’abolizione pura e semplice di tutti gli Ordini professionali visti più come gabbie corporative che come organismi funzionali a una reale esigenza sociale, di recente su queste pagine si è aggiunto il mio punto di vista di “anello di congiunzione” tra le posizioni abolizioniste e quelle riformiste, fortemente sentite anche all’interno del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti in cui siedo come Consigliere, sia pure agli ultimi mesi di mandato, eletto nelle liste di “Pubblicisti di Stampa Romana” guidati dalla carismatica leadership di Gino Falleri.

Su queste posizioni avremmo voluto approfondire un dibattito, che sinora non c’è stato e che rimane difficile nei termini in cui Agenzia Radicale vorrebbe avvenisse, anche se alcune delle proposte migliorative da noi formulate in chiave riformista sembrano essere state recepite nel testo del progetto di legge sulla riforma dell’Ordine dei Giornalisti che in questi giorni è andato all’esame della Commissione Cultura della Camera dei Deputati. In primo luogo è stato recepito il concetto da noi sostenuto che se la professione di giornalista è una professione come tutte le altre configurate nel nostro ordinamento, l’accesso ad essa non può avvenire in modo anomalo, ma deve avvenire, secondo il dettato costituzionale, a seguito di un ciclo di studi universitario con un esame di Stato a conclusione del medesimo, come appunto per tutte le altre professioni.

Altro aspetto notevole, su cui si era “masochisticamente” espresso all’unanimità lo stesso Consiglio Nazionale dei Giornalisti era quella della drastica riduzione dei suoi componenti, dilatatisi di numero per effetto del mai rivisto rapporto tra rappresentati e rappresentanti che rispecchiava una realtà ormai molto lontana.

Il provvedimento che modifica la «legge 3 febbraio 1963, n. 69, in materia di ordinamento della professione di giornalista», interviene su alcuni punti qualificanti quali appunto «il sistema di accesso alla professione; il meccanismo elettorale del Consiglio nazionale; le procedure e gli organi in materia deontologica».

Quest’ultimo punto appare a nostro avviso l’innovazione più delicata. La proposta di legge prevede infatti la creazione di un «Giurì per la correttezza dell’informazione»: con la creazione «presso ogni distretto di Corte di appello di un giurì composto da cinque membri, dei quali due nominati dal Consiglio dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, due nominati dal consiglio competente dell’Ordine dei giornalisti e uno, con funzioni di presidente, nominato tra i magistrati di corte di appello».

In particolare, «l’organizzazione e il funzionamento del Giurì nonché le procedure e i termini per l’espletamento del tentativo di conciliazione sono disciplinati da un apposito regolamento adottato dal ministro della Giustizia, d’intesa con il Consiglio dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni e con il Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti».

L’aspetto è estremamente delicato per le inevitabili interferenze con la libertà d’informazione e di espressione del proprio pensiero, da un lato e con l’altrettanto doveroso contrasto nei confronti di un’ informazione manipolata, interessata e strumentale che stravolgendo i canoni dell’informazione possa diventare disinformazione e assumere connotati prevaricanti di mascherata pubblicità o propaganda, dall’altro. Il rischio di sancire per deliberazione o per sentenza un “politicamente corretto”, una verità assoluta a cui attenersi non è affatto peregrino. Invitiamo tutti a rifletterci e magari ad aprire un dibattito su questo e su altri punti del progetto di legge che proprio per questo pubblichiamo in fondo a questa pagina.

http://www.agenziaradicale.com/index.php?option=com_content&task=view&id=9636&Itemid=50


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