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Pietro Ichino: controriforma forense, un disastro



Interessante articolo di Pietro Ichino sulla controriforma Alfano, pubblicato da LaVoce.info

LIBERE PROFESSIONI IN LIBERTÀ VIGILATA

Due anni fa, nel novembre 2008, il ministro Alfano, al Congresso nazionale forense di Bologna, fece agli avvocati un discorso che suonava sostanzialmente così: “se mi portate un disegno di riforma sul quale concordino tutte le componenti e le voci dell’avvocatura, io mi impegno a farlo passare in Parlamento”. Questo discorso avrebbe avuto un senso nel contesto dell’ordinamento corporativo. Dopo la sua abrogazione, la disciplina della professione forense deve intendersi come posta esclusivamente nell’interesse dell’amministrazione della giustizia e della collettività degli utenti del servizio. Sulle linee e sui contenuti della riforma, dunque, non poteva certo bastare un accordo limitato alle componenti interne dell’avvocatura.

LA BOTTEGA DELL’AVVOCATO

Questo è sicuramente uno dei motivi per cui il disegno di legge, in un primo tempo affrettatamente licenziato dalla Commissione Giustizia del Senato, ha visto poi il proprio iter procedere con grande difficoltà, incagliandosi più volte, avversato fortemente dall’antitrust, dalle associazioni imprenditoriali, da quelle dei consumatori e persino da quelle dei giovani avvocati. A tutte queste voci il ministro ha preferito non dare ascolto, mantenendo il proprio appoggio al progetto approvato dal Consiglio Nazionale Forense, che segna un netto ritorno all’indietro rispetto al decreto Bersani del 2006.
Contro un principio preciso dell’ordinamento europeo e del nostro ordinamento nazionale, il progetto si propone di reintrodurre l’inderogabilità delle tariffe minime (mercoledì scorso, al termine di un dibattito lungo e molto teso, il Senato ha approvato in prima lettura questa norma, che ribalta la regola posta dal decreto Bersani nel 2006); di reintrodurre il divieto della pubblicità commerciale per gli studi professionali; di reintrodurre la necessità (da tempo superata) dell’iscrizione all’albo anche per poter svolgere attività di consulenza stragiudiziale; di ribadire e rafforzare il divieto di costituzione degli studi legali in forma di società per azioni (consentita invece, sia pure con qualche opportuna limitazione, nella maggior parte dei Paesi occidentali); di rafforzare le barriere che devono essere superate dai giovani per accedere alla libera professione; di sfoltire drasticamente gli albi escludendone tutti coloro che esercitano la professione secondo un modello diverso da quello tradizionale (a tempo pieno, in modo esclusivo e continuativo per tutta la vita); di tornare ad attribuire esplicitamente all’Ordine una funzione di sostanziale rappresentanza degli interessi economici e professionali della categoria. Il modello di studio legale a cui si ispira questo progetto di riforma è quello tradizionale dello studio-bottega artigiana, nel quale il professionista opera a tempo pieno in modo continuativo ed esclusivo, in collaborazione con un numero limitato di colleghi e di collaboratori: ogni altra forma di esercizio della professione, secondo questo disegno, deve considerarsi sostanzialmente vietata.

DA CERNOBBIO AL SENATO

Soltanto poche settimane fa il ministro Tremonti proponeva di sancire esplicitamente nella Costituzione il principio per cui “tutto ciò che non è vietato è permesso”. In questo disegno di legge si dice sostanzialmente il contrario: “tutto ciò che non corrisponde al modello tradizionale di esercizio della professione forense è vietato”.
Deve aver provato qualche imbarazzo per questo progetto anche lo stesso ministro della Giustizia Alfano quando, meno di due mesi fa, al seminario Ambrosetti di Cernobbio, di fronte ai protagonisti dell’economia e della finanza globale e alla stampa internazionale, lo ha in parte sconfessato dichiarando pubblicamente che non era intenzione del Governo reintrodurre l’inderogabilità delle tariffe minime. Ma mercoledì scorso in Senato il Governo è tornato a difendere il progetto nella sua interezza, comprese le tariffe minime inderogabili e tutti gli altri divieti mirati a perpetuare, rendendolo esclusivo, il modello tradizionale dello studio legale-bottega artigiana che piace tanto al Consiglio Nazionale Forense
L’imposizione di quel modello tradizionale come unico modo possibile di esercizio della professione da parte degli avvocati italiani, oltretutto, impedisce loro di competere ad armi pari con i colleghi stranieri, all’estero e persino sullo stesso nostro territorio nazionale. Ve lo immaginate uno studio legale italiano che prova a offrire i propri servizi sulla piazza di Londra o di Chicago dovendo rispettare questa legge, quindi non potendo raccogliere nel mercato azionario i capitali per gli investimenti necessari, non potendo di fatto promuovere una class action perché il divieto del patto di quota-lite non lo consente, non potendo neppure informare i potenziali clienti della propria esistenza per via del divieto della pubblicità? Gli studi di Londra e di Chicago, però, sono già venuti da noi, stanno già incominciando a prendersi il meglio del nostro mercato dei servizi legali, senza certo render conto al nostro Consiglio nazionale forense sul come hanno reperito i capitali necessari, quali tariffe applicano ai loro clienti, con quale tipo di contratto ingaggiano i collaboratori e così via.
La verità è che con questo disegno di legge si sta facendo un’operazione regressiva, che non va nell’interesse del Paese, ma non va neppure nell’interesse particolare della stessa avvocatura italiana.

Carlo Stagnaro: Alfano obbedisce agli ordini professionali senza discutere

Ordini professionali, liberalizzazioni addio

di Carlo Stagnaro

Il governo sta preparando la controriforma delle professioni? Il percorso avviato con gli Stati generali giovedì scorso rischia di tradursi in un preoccupante indietro tutta rispetto alle pur timide innovazioni innescate dalle lenzuolate di Pier Luigi Bersani (in particolare l’abolizione dei minimi tariffari e del divieto di pubblicità). L’iniziativa del ministro della Giustizia, Angelino Alfano, muove da un problema reale, a cui rischia di offrire una risposta sbagliata.

E’ senza dubbio vero che i professionisti hanno pagato più di altri il costo della crisi, ed è vero che manca una legge quadro sulle professioni che le regolamenti in modo efficace e coerente. Tuttavia da queste premesse non segue necessariamente una bocciatura della parziale liberalizzazione che, pochi anni fa, ha investito le professioni. Piuttosto è vero il contrario. Anzitutto è importante capire dove c’è concorrenza, e dove no. Secondo l’Indice delle liberalizzazioni dell’istituto Bruno Leoni, il settore delle professioni intellettuali è liberalizzato al 54 per cento rispetto al paese più avanzato d’Europa, ossia la Gran Bretagna. In particolare, pesano le barriere normative e regolatorie all’avvio dell’attività professionale, che danneggiano soprattutto i giovani e gli outsider.

Viceversa, esse garantiscono i professionisti mediocri. In questa prospettiva, le norme più discutibili sono proprio quelle su tariffe minime e divieto di pubblicità le une apertamente rivendicate da Alfano, l’altro chiesto a gran voce dagli avvocati. Infatti, un rapporto del britannico Office of Fair Trading nega l’esistenza di alcuna evidenza empirica a sostegno di quelle misure. Ugualmente, un Working Paper della Banca d’Italia sottolinea che, se anche la maggiore concorrenza indebolisse gli incentivi per i professionisti (e non è così), il danno può essere compensato dall’ampliamento dell’offerta. Nell’ottica dell’efficienza del sistema paese, insomma, la competizione non può che avere conseguenze positive sulla qualità del servizio, sulla libertà di scelta dei consumatori, e in ultima analisi sulla crescita del paese. E’ quindi debole la tesi sostenuta da Alfano sul “Sole24Ore” di venerdì scorso: il settore delle professioni è caratterizzato da un’asimmetria informativa: i professionisti dispongono di un elevato livello di competenze tecniche che i consumatori non necessariamente possiedono, cosicché questi ultimi incontrano difficoltà per valutare la qualità dei servizi loro forniti. Le asimmetrie informative stanno virtualmente ovunque. Persino quando andiamo dal macellaio, solo il venditore sa se la carne che ci sta cedendo è veramente fresca. Questo dovrebbe indurci a chiedere la creazione dell’ordine dei macellai? Evidentemente no. Infatti, la concorrenza e la pubblicità delle informazioni sono gli strumenti più affilati di cui il consumatore può valersi.

La sensazione, semmai, è che il governo abbia scelto di percorrere una scorciatoia politica dove avrebbe dovuto, invece, imboccare l’autostrada delle riforme. L’esecutivo vuole compiacere una massa di persone (si stima che i professionisti siano circa due milioni) che ritiene elettoralmente appetibili. Come spesso accade, per giunta, si è creato un effetto ottico in virtù del quale l’ala più estremista parla a nome di tutti. Così, il centrodestra pare appiattito sulle posizioni degli avvocati, che un parlamentare intelligente e indipendente della maggioranza, Giuliano Cazzola, ha descritto come i metalmeccanici dei professionisti. Dietro questa tattica si staglia un duplice errore strategico. Da un lato, il governo rischia di alienarsi le simpatie di un numero ben più ampio di elettori, che soffrono le angherie e le difficoltà figlie di un contesto anti-competitivo. Dall’altro, un investimento nell’immediata soddisfazione delle pretese dei professionisti potrebbe rivelarsi controproducente per gli stessi professionisti che verrebbero protetti a oltranza, e quindi finirebbero per trovarsi prima o poi spiazzati dal vento della concorrenza che, inesorabilmente, continuerà a soffiare da Bruxelles. La reale opzione per i professionisti non è se cambiare, ma quando. Più il cambiamento viene rimandato, più i costi di aggiustamento cresceranno. Da parte sua, Alfano fa bene ad ascoltare le richieste dei professionisti, se ha in mente di riformare il settore. Ma ascoltare e obbedire sono due cose diverse.

Da Il Fatto Quotidiano, 21 aprile 2010

http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=9137

Libertiamo.it – Alfano fa troppi ordini e troppo disordine

PROFESSIONI, LA RICETTA DI ALFANO: MOLTI ORDINI E TROPPO DISORDINE


di Lucio Scudiero

Se c’era un dubbio, uno solo, anche minimo, su quale fosse l’idea di riforma delle professioni frullante nella testa di Alfano, oggi, dopo gli Stati Generali di giovedì (e qualcuno mi trattenga dal paragonarli ad una Camera molto in voga una settantina di anni fa), non c’è più.

C’erano venti ordini professionali, riuniti al ministero della Giustizia, per tracciare le linee programmatiche di quella che sarà la futura e futuribile ( chissà se hanno pensato a farla pure “futurista”) riforma delle professioni. Un accordo “piombato” principalmente sul niet al divieto di minimi tariffari e sulla restrizione dei criteri di accesso agli ordini (“Mai più si entrerà in un Ordine senza esame di Stato” ha tuonato il Guardasigilli), che oggi ospitano più di due milioni di iscritti in grado di produrre il 12,5% del Pil.

E’ evidente, dunque, come l’impostazione corporativa del ddl sugli avvocati in discussione al Senato abbia travalicato i propri confini e sia passata ad ispirare la politica dell’arroccamento di tutte le altre professioni regolamentate.

La giornata di giovedì, in aggiunta, ha ufficializzato un’ulteriore spaccatura tra il mondo delle professioni “ordinistiche” e quello delle professioni non regolamentate, del quale – si stima – farebbero parte circa tre milioni e mezzo di lavoratori indipendenti, spesso partite Iva con contratti parasubordinati, quasi sempre “avamposti” dell’innovazione e della sperimentazione interdisciplinare, sicuramente intercettori delle tendenze dei mercati, nel bene e nel male (e qui si legga: crisi economica).

Gente, per capirci, come i tributaristi, gli interpreti, gli osteopati, i doppiatori, i chinesiologi, i giuristi d’impresa, i barmen, i periti di ogni genere e via elencando. Un mondo riunito intorno a due associazioni rappresentative, che sono l’Uniprof, 40000 iscritti, nata a dicembre 2009 dalla fusione di Cna e Assoprofessioni, riconosciuta dal Consiglio Europeo delle Professioni Liberali (l’unico organismo che rappresenti le professioni liberali a livello comunitario), e il CoLap (Coordinamento Libere Associazioni Professionali).

Per questi professionisti stare fuori dal perimetro della regolamentazione significa stare fuori dal perimetro della libera circolazione in ambito europeo, come definita dalla direttiva 2005/36/CE relativa al riconoscimento delle qualifiche professionali. Un caso di protezionismo inverso da parte del nostro Governo, perché mentre gli equivalenti europei dei professionisti non invitati da Alfano sono liberi di prestare i propri servizi in territorio italiano, gli italiani, non essendo riconosciuti ai sensi della normativa nazionale, non possono liberamente circolare nel resto d’Europa.

Fuori dall’Ordine, dunque, per Alfano deve regnare il disordine assoluto. E lo dimostrano i suoi chiarimenti rispetto al tema delle Associazioni private tra Professionisti, di cui il ministro si è affrettato a conclamare la natura subordinata e non riconosciuta rispetto agli Ordini di matrice pubblicistica.

Tutto il contrario di quanto suggerirebbe un approccio liberale alla questione della riforma delle professioni, che dovrebbe puntare sulla competizione tra Associazioni e Ordini al fine di assecondare da un lato il mercato, dall’altro le esigenze dei consumatori di garanzia della qualità della prestazione, come suggerito anche dall’Istituto Bruno Leoni in un paper che contiene sei proposte equilibrate di riforma, ispirate all’inversione della tendenza a creare nuovi ordini professionali e a rafforzare quelli esistenti.

Ma anche rispetto a questo, Alfano non parla il verbo della libertà e dell’Europa, tanto che nell’articolo di fondo pubblicato ieri su Il Sole 24 Ore ha spiegato che il vero obiettivo della riforma è la creazione dell’”Ordine dei cittadini”. Un altro Ordine, quindi, come se non bastassero quelli esistenti. Una sortita tra l’altro intempestiva, visti i tempi, perché potrebbe aprire un nuovo fronte di polemica tra finiani e leghisti sui requisiti di accesso.

http://www.libertiamo.it/2010/04/17/professioni-la-ricetta-di-alfano-molti-ordini-e-troppo-disordine/

B.DELLA VEDOVA: PROFESSIONI, NON CONSERVIAMO LO STATUS QUO

Riportiamo una dichiarazione di Benedetto Della Vedova, deputato Libertiamo – Pdl:

Professioni: riforme per modernizzare economia, non difesa status quo

Dichiarazione di Benedetto Della Vedova:

“Il ministro Alfano fa bene a sottolineare la necessità di riforme per il mondo delle professioni, ma è altrettanto necessario che tali riforme imprimano una svolta modernizzatrice all’economia italiana e non si risolvano nel mero accoglimento delle istanze degli ordini.

Agli ordini va riconosciuto un’ampio spazio di autoregolamentazione e non va imposta una selva di divieti ed obblighi, come sottolinea Alfano. Tuttavia, la diffidenza nei confronti della concorrenza e della pubblicità, così come la netta separazione tra professioni regolamentate e non regolamentate, frena la capacità dei nostri professionisti di competere sui mercati internazionali, dove prevalgono studi interprofessionali di grandi dimensioni.

A partire dalla riforma della professione forense in discussione al Senato, dobbiamo porci come obiettivo l’ampliamento degli spazi d’iniziativa – anche imprenditoriale – dei professionisti. Ma è opportuno non cadere nell’errore di voler tutelare i professionisti salvaguardando lo status quo, magari erigendo nuove barriere all’ingresso dei più giovani, con il rischio che molti di questi scelgano poi la via dell’estero”.

http://www.libertiamo.it/2010/04/06/professioni-della-vedova-riforme-per-modernizzare-economia-non-difesa-status-quo/

Il Consiglio Nazionale Forense vive nel Medio Evo

Libero esercizio degli avvocati, il Consiglio Nazionale Forense perseguita la liberta’ di scelta

(Libertiamo.it – di Lucio Scudiero ) Con l’altolà ad Alt!, la rete di avvocati “on the road” nata dall’idea intelligente di due giovani professionisti milanesi, il Consiglio Nazionale Forense certifica lo stato di morte cerebrale dell’avvocatura italiana.

Secondo i supremi reggitori dell’ordine “ordinistico” forense, il nome Alt!, che sta per “Assistenza legale per tutti”, posto agli angoli delle strade come insegna di altrettanti studi legali, farebbe concorrenza sleale al resto dei legulei, in quanto “il messaggio si risolve non nell’informazione ma nella diretta suggestione; induce a ritenere, in modo emozionale e irriflessivo, che valga la pena di visitare quello che dal complesso della comunicazione appare proporsi come studio legale aperto e accessibile a tutti, senza ostacoli, rigidezze e formalità tipiche dello stereotipo legale”. Tradotto: come vi permettete di inventarvi competitivi, di fornire un servizio che piace ai clienti e di accettare, vincendola, la sfida dell’innovazione mentre noi combattiamo la guerra santa contro il merito in nome del decoro della professione forense? Pazzesco!

Il risultato è che da oggi Alt! insieme alla “t” della sua insegna perde il senso della propria esistenza, costretta a trasformarsi in una grigissima Al (Assistenza Legale). E’ il grigio il “colore aziendale”, pardon, “d’ ordinanza”, di questa corporazione, che sempre di più rifiuta il confronto col mondo, fustiga l’innovazione, usa slogan da propaganda (la qualità della prestazione, il legittimo affidamento del cliente, la specialità della professione forense) e usa il proprio potere disciplinare per sparare editti auto consolatori.

I legali rappresentanti di Alt! sono ricorsi in Cassazione, ma la partita più grossa si gioca ancora al Senato, dove l’avvocatura preme affinché l’autoreferenzialità e la serrata dei ranghi diventino legge dello Stato. La chiamano riforma della professione forense. Per info chiedere all’Antitrust.

Sleale in tutta questa vicenda non è la concorrenza fatta da Alt!, quanto la decisione di un organismo che, non accettando minimamente la meritocrazia della competizione, definisce tale qualunque iniziativa che la inneschi o se ne serva. Ed è sleale, il Cnf, quando sostiene che restrizioni all’accesso, tariffe minime, divieto di pubblicità, riserva legale delle consulenze servono, in realtà, a tutelare i giovani professionisti e la qualità dell’assistenza professionale.
L’esperienza positiva di Alt!, che in due anni ha sviluppato una rete di professionisti dinamica e affidabile, in gran parte giovane e in diverse città italiane ha dimostrato esattamente il contrario. Che attraverso un uso intelligente della comunicazione e un’interpretazione innovativa della professione ce la fanno anche i “self made solicitor”, quelli bravi, con le idee giuste, e senza Santi in paradiso.

Un messaggio di questo tipo vale più di milioni di frottole sul decoro della professione. Il Cnf questo lo sa, e cerca di metterci una toppa. Perché l’intelligenza e l’inventiva non avranno Santi in Paradiso, ma il più delle volte bastano e avanzano da sole per provocare la caduta degli dei.

http://www.libertiamo.it/2010/03/15/siete-bravi-e-innovativi-alt-e-un-ordine-del-consiglio-nazionale-forense/

Manifestazione contro l’antiriforma forense, in campo anche gli Studenti Luca Coscioni


Sabato 28 novembre si terrà a piazza Navona la manifestazione nazionale indetta dall’Unione Giovani Avvocati italiani per dire NO alla controriforma forense approvata dalla Commissione Giustizia del Senato. Aderiscono all’iniziativa Libertiamo e gli Studenti Luca Coscioni.

“Il ddl Mugnai è l’ennesimo tentativo di proteggere una corporazione dalla concorrenza e dal merito” – afferma Annalisa Chirico, segretaria degli Studenti Luca Coscioni e membro del Comitato Nazionale di Radicali Italiani – Un testo dettato dal Consiglio Nazionale Forense, che respinge la logica del mercato per salvaguardare esclusivamente gli interessi degli insider. In un Paese che, in base ai dati OCSE, è al 26° posto quanto a regolamentazione complessiva della professione di avvocato. Peggio di noi fa solo la Turchia “.

“A pagare le spese di questa riforma – continua la Chirico – sono i consumatori e i giovani, per i quali l’esame di abilitazione diventa più difficile, non si prevede alcun compenso per i praticanti e le opportunità di crescita professionale sono praticamente nulle. Antonio Catricalà ha giustamente parlato di una guerra dei vecchi contro i giovani”.

Gli Studenti Luca Coscioni hanno sostenuto già a luglio il ddl per la liberalizzazione degli ordini professionali presentato da Benedetto Della Vedova, deputato del Pdl e presidente di Libertiamo.

Per Piercamillo Falasca, vicepresidente di Libertiamo, “il tentativo in atto al Senato di realizzare una controriforma della professione forense si muove in direzione opposta all’esigenza, particolarmente importanti in una fase di crisi, di creare opportunità di lavoro per i giovani, di consentire loro di svolgere la professione per cui hanno studiato: se il Parlamento non vuole – ancora una volta – essere percepito come un luogo distante dalle aspettative dei giovani, rinunci al tentativo da azzeccagarbugli del Consiglio Nazionale Forense di chiudere l’accesso alla professione”.

http://studenticoscioni.it/?p=566

Tutti in campo per la manifestazione dell’Unione Giovani Avvocati!


Sabato 28 novembre 2009 si terra’ a Roma una manifestazione dell’Unione Giovani Avvocati contro la controriforma dell’Ordine Forense, ossia all’istituzione di nuovi privilegi per l’Ordine degli Avvocati e gli altri ordini.

Qui il comunicato dell’adesione alla manifestazione di Marco Beltrandi (deputato Lista Emma Bonino – PD).

Marco Beltrandi e Deborah Cianfanelli: adesione dei Radicali Italiani alla manifestazione dei giovani avvocati contro la controriforma forense. Marco Beltrandi annuncia campagna parlamentare

Il Congresso di Radicali Italiani, conclusosi a Cianciano il 15 novembre, ha approvato la mozione particolare, presentata da Deborah Cianfanelli, volta a scongiurare l’approvazione della “controriforma” forense, impegnando Radicali Italiani a battersi contro questo disegno di legge che segna uno spudorato ritorno ai fasci ed alle corporazioni anziché imboccare la strada della vera riforma liberale della professione forense.
L’obiettivo del Disegno di legge in corso di approvazione è, infatti, quello di conferire ai consigli dell’ordine enormi poteri di vigilanza e direzione volti sia a restringere le possibilità di accesso alla professione che all’eliminazione di molti avvocati già iscritti all’Albo, trasformando i consigli dell’ordine in veri e propri controllori fiscali.
Questo a scapito in particolare dei giovani laureati che si accingono ad intraprendere la professione di Avvocato e dei giovani professionisti.
L’Onorevole Marco Beltrandi annuncia dura battaglia parlamentare con la presentazione di emendamenti volti a scongiurare le gravi conseguenze che il disegno di legge in discussione comporterebbe al libero svolgimento della professione, con conseguente e diretta ricaduta sui cittadini.
Infatti, una simile riforma causerebbe danni anche ai cittadini e delle aziende per il conseguente vorticoso aumento delle tariffe a causa degli ingenti aggravi di oneri e spese a carico dei professionisti.
Radicali Italiani sabato 28 Novembre sarà in piazza al fianco degli avvocati alla manifestazione organizzata dall’Unione Giovani Avvocati Italiani, auspicando una massiccia partecipazione ed una futura collaborazione per la lotta verso una riforma liberale delle professioni contro il ritorno ai vincoli corporativi.


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