Controriforma degli Ordini. Ma quali Ordini?

di Dario Vese
“I rappresentanti degli ordini intervenuti hanno manifestato la loro adesione all’intenzione riformatrice, evidenziando la necessità che gli ordini siano garanti della qualità del prodotto professionale e divengano i primi tutori degli interessi dei consumatori”.
Queste le parole del Ministro Angelino Alfano.
In questi giorni infatti più che mai è stato evidente come l’impostazione corporativa del ddl sugli avvocati in discussione al Senato, che prevede proprio oggi l’intervento del Ministro, abbia varcato i suoi confini e sia passata a infettare tutte le altre professioni regolamentate, con l’aggravante dell’ulteriore spaccatura tra professioni “ordinistiche” e professioni non regolamentate.
Tutto ciò va nel senso dell’interesse collettivo?
Evidentemente no. L’ordine svolge un ruolo protettivo per gli iscritti ma non utile alla collettività.
Ritorno dei tariffari minimi, il no al patto di quota lite, l’accordo in base al quale l’avvocato è pagato in percentuale, una volta vinta la causa, e un giro di vite sul libero mercato con la favola che tutto ciò servirebbe a tutelare i giovani quando è vero l’esatto contrario perché impedisce concorrenza e merito, frenando coloro i quali ad esempio sarebbero disposti a rischiare.
Il mercato infatti espellerebbe subito gli incapaci, così a tutela del consumatore; gli ordini, invece, vantando la garanzia dell’aggiornamento professionale si fanno espressione di una casta di matrice protezionistica, che in realtà non solo non espelle nessuno ma blocca persino l’accesso.
Ancora una volta siamo alle solite, una politica tanto pervasiva quanto deludente abbinata ad un rinnovato immobilismo privilegiato e protetto delle “libere” professioni, siamo il Paese del “particulare” avrebbe ribadito il Guicciardini.
La riforma, per Repubblica, è “scritta dall’Ordine, sostenuta nelle commissioni dai tanti avvocati-parlamentari e nel governo dall’avvocato-ministro Alfano”.
Ed allora, si tratta sempre della solita ubiquità dei poteri? Politici dentro cordate economiche, èlite economiche che sconfinano in Parlamento, come del resto accade alle èlite professionali di essere componenti di disegni e riforme economiche e politiche. Una cultura di vertice statalista-assistenziale che produce l’infeudamento con rispettive reti ambigue tra ordini professionali e politica, evidenziando la prevalenza di network trasversali di circoli di potere dotati di un’ampia varietà di rendite posizionali. Privilegi e concessioni esclusive. Un deserto di merito in cui si muovono, con logiche onnivore e feroci, le vecchie-nuove èlite, ambiguamente ascrivibili sia alla politica sia al mondo degli interessi più o meno costituiti.
Viene in mente Charles Handy quando indica, come paradosso dell’io, la coesistenza di due voci, che si rivolgono all’attore sociale: “Una voce ci esorta a scoprire il nostro vero io, a essere padroni del nostro destino e, nel pieno rispetto dei diritti degli altri, a non rinunciare al diritto ad essere fedeli a noi stessi. Una seconda voce è quella della segreteria della conferenza alla quale partecipiamo che dice: “A cosa siete associati? Chi rappresentate?”
Nel nostro caso, l’aspetto singolare e inedito di questo dualismo è che il secondo scenario è rappresentato da un sistema, corporativo, che genera e legittima il panpoliticismo all’italiana.
Ed ancora, Edward Banfield, quando in un’indagine su un paese della Basilicata, creò il termine “familismo amorale”, per riassumere l’ethos degli abitanti del paese, incapaci di agire per il bene comune per qualsivoglia fine, che trascendesse l’interesse immediato della famiglia nucleare. In termini completamente diversi, si può dire che in questo modo la riforma legittimi un “professionismo amorale”.
Professionisti, appartenenti ciascuno ai propri segmenti, devono qualificare continuamente la propria professionalità, all’interno di un sistema protettivo e coercitivo. Questa ricerca e il framework, che la legittima, sono amorali solo nel senso che diventano fine primario ed esclusivo.













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