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Lucia Quaglino (Chicago-Blog.it): cosa c’è di selvaggio nella liberalizzazione?



Segnaliamo questo articolo pubblicato su Chicago-Blog.it

Gli ordini professionali: cosa c’è di selvaggio nella liberalizzazione?

di Lucia Quaglino (Istituto Bruno Leoni)

Due giorni fa è stato approvato il nuovo ddl stabilità dove, all’articolo 10, si avvia un possibile percorso di liberalizzazione degli ordini professionali. Le opportunità e i rischi di tale misura saranno approfonditi in un Focus di Silvio Boccalatte dedicato al tema. Ciò che si intende esaminare qui sono gli effetti benefici, che già si vedono, di quella che viene invece definita una “liberalizzazione selvaggia”.

La liberalizzazione degli ordini professionali è un tema molto dibattuto e controverso, più per l’estesa presenza di avvocati nelle Commissioni di Giustizia di Camera e Senato pronti ad impedire ogni riforma che per reali motivi di tutela dei consumatori. La loro giustificazione sarebbe che alla possibilità di avere un mercato più ampio e prezzi liberi si contrappone il rischio per i cittadini di non avere alcuna garanzia di professionalità. In realtà, però, gli ordini professionali e le tariffe calmierate rappresentano un freno più per i giovani avvocati che per quelli incompetenti, disincentivando così i primi a entrare nel settore e ostacolando le loro opportunità di carriera. All’opposto l’opinione di quanti invece considerano questa un’attività commerciale come le altre che, in quanto tale, prevede un compenso per il servizio prestato: ogni ostacolo alla libera concorrenza è quindi considerato principalmente una barriera all’ingresso che tende a tutelare i grandi e già affermati avvocati a scapito dei nuovi arrivati.

Mentre le parti in gioco si perdevano in dibattiti spesso più ideologici che concreti senza riuscire a trovare un accordo in materia, c’è chi è riuscito ad approfittare di quel poco di liberalizzazione introdotta: dei soggetti privati, tra cui Groupon, Altroconsumo e eBay, hanno infatti consentito ad alcuni professionisti (anche ai medici, oltre agli avvocati) di pubblicizzare proposte e sconti (ad esempio 39 euro anziché 500, con un risparmio del 92%). Grazie alla loro iniziativa hanno dato la possibilità agli avvocati che lo desideravano di differenziare la loro offerta e ampliare le proprie quote di mercato.

I vantaggi di questo progetto sono molteplici: innanzitutto, è nata così una nuova professione – cosa non da poco in tempo di crisi – ossia il procacciatore di pratiche legali per gli avvocati. Inoltre si facilita l’ingresso dei giovani professionisti sul mercato che, potendo offrire tariffe più basse, possono competere con quelli già affermati e dotati di una clientela fedele. È poi evidente che il loro successo è legato a una necessità ed esigenza da parte dei cittadini, prima non soddisfatta, che possono così godere di una differenziazione di prezzo del servizio. Infine, grazie alla maggior competizione introdotta è possibile ”smascherare” e, inevitabilmente, punire con l’uscita dal mercato, i professionisti meno capaci e abili, incentivandoli così ad offrire servizi di maggiore qualità: reputazione e fama, non tariffe minime e ordini, selezionerebbero gli avvocati migliori, a ulteriore dimostrazione che bassi prezzi non sono necessariamente sinonimo di servizi scadenti. Di sicuro, non lo sarebbero nel medio-lungo periodo dopo la “prova” dei mercati. Quanti, invece, temono di incappare in un avvocato incapace o incompetente nel breve periodo, sono liberi di affidarsi ai professionisti più esperti.

La reazione degli avvocati è quella di considerarla una “liberalizzazione selvaggia”, “la vendita di diritti fondamentali senza regole e senza la possibilità di verificare la qualità con effetti devastanti per i cittadini, che si ritrovano privi di tutela”: lungi dall’essere questo un mercato pienamente liberalizzato e tantomeno selvaggiamente liberalizzato,  in realtà il sospetto è che essi semplicemente mirino ad opporsi alla concorrenza, a tutto vantaggio della tutela dei loro privilegi più che dei cittadini.

L’articolo originale: http://www.chicago-blog.it/2011/11/16/gli-ordini-professionali-cosa-ce-di-selvaggio-nella-liberalizzazione/

Carlo Lottieri: E’ ora di finirla con l’Ordine unico


Articolo di Carlo Lottieri (Istituto Bruno Leoni) pubblicato su Il Giornale.

Queste strutture professionali devono farsi concorrenza e non possono mettere in discussione unilateralmente il diritto a lavorare

A ben guardare, nell’Italia che settant’anni fa cancellò la Camera dei deputati per sostituirla con quella dei Fasci e delle Corporazioni, gli ordini contavano assai poco. A decidere tutto erano Mussolini e i suoi, e la retorica corporativa era solo il maldestro tentativo di camuffare un regime dittatoriale, fingendo di farne il superamento di capitalismo e socialismo.Ma quello che nel Ventennio era un progetto, oggi è una realtà, dato che siamo in larga parte prigionieri di apparati (dagli ordini dei notai a quelli dei farmacisti) determinati a difendere le loro rendite parassitarie. Anche se da più parti si ripete la tesi secondo cui saremmo vittime della globalizzazione più selvaggia, nei fattiil Paese è nelle mani di camarille ereditarie: dei figli dei figli, dei nipoti dei nipoti, i quali bloccano la strada a chi vuole lavorare onestamente e, nel caso dell’ordine dei giornalisti, giungono perfino a utilizzare il bavaglio. Nelle società libere le cose vanno diversamente, dato che la libera iniziativa è tutelata. In una delle più antiche Costituzioni d’America, quella del Maryland, si legge che i monopoli sono «odiosi e contrari ai principi del commercio», ma larga parte della cultura anglosassone è avversa all’idea che qualcuno possa sbarrare la strada a chi vuole intraprendere, scrivere, commerciare, patrocinare e via dicendo. Ordini e albi devono necessariamente scomparire? Non è detto. E’ possibile infatti che essi trovino una loro giustificazione, ma senza mettere in discussione il diritto a lavorare. Per avere ordini legittimi, in poche parole, bisogna che essi siano in concorrenza: l’associazione degli avvocati A deve competere con l’associazione degli avvocati B, certificando la qualità dei propri membri di fronte al pubblico. Le strutture corporative e monopoliste della situazione italiana, invece, rappresentano uno scandalo alla luce del sole. Purtroppo, però, andiamo di male in peggio. La contro-riforma delle professioni liberali che il governo sta per far approvare si muove nella direzione contraria a quella che andrebbe auspicata e gli argomenti usati da quanti difendono iprivilegi di casta sono sempre i medesimi. Ad esempio, ora che si stanno per reintrodurre i minimi tariffari per gli avvocati (a danno della libertà contrattuale, ma anche a scapito degli interessi dei clienti e dei giovani avvocati), la tesi dell’ordine è che questo sia imp ortante a «garanzia della qualità della prestazione professionale». Non ha il minimo senso, ma non fa nulla. Al ceto dirigente italiano, d’altra parte, la libertà non piace proprio. Basti pensare che nonostante la Costituzione italiana (all’articolo 21, comma 1) dichiari espressamente che «tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo didiffusione», i vincoli e le limitazioni all’esercizio dell’attività giornalistica imposti dall’ordine dei giornalisti continuano a essere tollerati. In questo quadro complessivo, aspettiamoci ora che perfino il ritorno della censura trovi i suoi paladini. Ci sarà di sicuro qualcuno pronto a sostenere che chiudere la bocca a Vittorio Feltri, oggi, e a qualche altro, domani, può essere un modo per proteggere la purezza dell’informazione. I liberali hanno sempre pensato che fosse il pluralismo delle voci dissonanti a garantirci al meglio, ma ormai prevale l’idea di una società organizzata dall’alto. Perché a difesa delle corporazioni non ci sono solo le rendite dei notabili di Stato, ma un’intera ideologia che punta a rafforzare il potere. Non dimentichiamolo: siamo dominati da oligarchie che si ritengono autorizzate a tassarci e regolamentarci a loro parere. Di continuo ci dicono cosa possiamo fare a casa nostra e perfino quando vogliamo costruire una cuccia per il cane dobbiamo chiedere una «concessione». La scuola è nelle loro mani e così laprevidenza, la sanità e tantissimi altri settori. In fondo, i capintesta delle corporazioni sono solo un’appendice di questo apparato e non stupiamoci se ogni tanto fanno vittime. Gli ordini sono organizzazioni di dominio: punto e basta. Ci sarà qualcuno che, dinanzi a una situazione tanto degenerata, troverà la forzaper alzare un po’ la testa?

Il Giornale, 12 novembre 2010

http://brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=9791

CARLO STAGNARO: BRAVO BERSANI SUGLI ORDINI PROFESSIONALI

Le proposte di Pierluigi Bersani e del PD per le liberalizzazioni di cui abbiamo parlato nei giorni scorsi stanno suscitando grande approvazione.

Oggi riportiamo quest’articolo di Carlo Stagnaro (condirettore dell’Istituto Bruno Leoni) pubblicato su Chicago-blog.it

Liberalizzazioni: bene il PD

sugli ordini professionali

di Carlo Stagnaro

Finalmente il Partito democratico batte un colpo, e che colpo. Le sei proposte di liberalizzazione presentate oggi da Pierluigi Bersani rappresentano, finalmente, un tentativo di dare sostanza all’opposizione, evitando sia la tentazione controproducente dell’antiberlusconismo, sia il massimalismo della Fiom. Non tutto è perfetto, ma c’è molto di buono.

Prima ancora di entrare nel merito delle proposte, buona è la retorica con cui il Pd le condisce:

Il Partito democratico sostiene la libertà di impresa e la libertà dei consumatori… L’Italia ha bisogno di una nuova stagione di liberalizzazioni: meno barriere di accesso alle professioni, più concorrenza nei servizi, autorità realmente indipendenti.

L’idea di fondo sembra essere che il paese sia “bloccato”, e che questo blocco non dipenda (perlopiù) dalla crisi, cioè non sia un blocco congiunturale, ma dipenda da ragioni strutturali. In particolare, dall’inadeguatezza del contesto normativo a ospitare vera concorrenza in una serie di settori della nostra economia, producendo rendite a favore degli incumbent e sottraendo risorse preziose ai consumatori e al mercato. Da questo presupposto, discendono abbastanza naturalmente quattro delle sei proposte. Due, invece, mi paiono contraddirlo. Vediamo perché.

1. Carburanti. Il Pd propone due cose, una – voglio essere buono – sbagliata e l’altra dannosa. Quella sbagliata è di rompere il vincolo di esclusiva che lega i distributori alla compagnia di cui battono i colori, obbligandoli a ritirare da essa solo il 50 per cento del carburante servito. Per il resto, varrebbe una sorta di third party access in virtù del quale potrebbero approvvigionarsi dove gli pare. La misura dannosa prevede di affidare all’Acquirente Unico – che già svolge un compito analogo nel settore dell’elettricità – le funzioni di grossista della benzina, in modo da rifornire i piccoli distributori fornendogli potere contrattuale. Questo è sbagliato perché – al di là delle riserve sul ruolo attuale di Au – c’è una ovvia e sostanziale differenza tra l’elettricità e i carburanti: nel caso dell’elettricità il consumatore, specie quello domestico, ha bisogno di essere accompagnato verso il mercato (anche se credo che questa sia una comoda illusione, ma facciamo finta), nel caso dei carburanti no. E, per la stessa ragione, non si vede per quale ragione si debba entrare a gamba tesa nella libertà contrattuale tra distributori e compagnia. Ma, al di là di tutto questo, mi pare che l’errore sia più profondo: la lettura del Pd è che si debba usare diversamente la rete esistente, mentre il problema vero è che è la rete a essere inadeguata: non dobbiamo usarla meglio, dobbiamo ricostruirla. E per ricostruirla non servono alchimie regolatorie, ma libertà di apertura/chiusura di punti di rifornimento, inclusa la libertà di aprirli assieme a un supermercato o minimarket o quel che sia senza vincoli al mix merceologico, sul tipo di servizio offerto, e così via. Sta tutto scritto qui.

Farmaci. L’ampliamento delle maglie della prima “lenzuolata” di Bersani è cosa buona e giusta. Il Pd propone di consentire alle parafarmacie di vendere anche farmaci di fascia C, ampliando i canali d’offerta. C’è poco da aggiungere, visto che sta tutto scritto qui e qui.

Professioni. Questa è la proposta, al tempo stesso, più innovativa e rivoluzionaria: si propone in sostanza, al di là di una serie di aggiustamenti condivisibili ma minori, di “riconoscere le libere associazioni costituite su base volontaria e senza diritto di esclusiva tra professionisti (sono circa 3 milioni) che svolgono attività non regolamentate in ordini, attribuendo ad esse anche compiti di qualificazione professionale. Viene infine prevista l’equiparazione delle professioni intellettuali al settore dei servizi ai fini del riconoscimento delle misure (comunitarie e nazionali) di sostegno economico per lo sviluppo dell’occupazione e degli investimenti con particolare riferimento ai giovani“. Questo scardinerebbe il sistema ordinistico italiano, introducendovi un importante germe di libertà di organizzazione. Assolutamente da sostenere con le unghie e per i denti. Peraltro, sta scritto anche qui.

Abolizione della clausola di massimo scoperto. Anche qui si tenta di estendere le lenzuolate del 2006/7, ma rispetto a un tema che ci ha visti molto critici. Infatti, quello che questa proposta farebbe sarebbe di mettere le mani all’interno di contratti già scritti e firmati, cioè di pasticciare con la libertà contrattuale di individui e imprese. Roba che a noi non piace e che, di norma, non funziona neppure rispetto ai suoi obiettivi originari. Comunque, non c’è nulla di nuovo: i nostri dubbi stanno scritti qui.

Separazione proprietaria rete gas. Se quella sulle professioni è la proposta probabilmente più rivoluzionaria, questa è la più improbabile: perché il Pd si muove sul classico terreno che “chi tocca i fili, muore”. Si tratta del crocevia indispensabile per avviare una seria liberalizzazione del mercato del gas naturale nel nostro paese, e a catena di quello elettrico che a esso è strettamente legato. Pochi hanno provato e quei pochi hanno fallito (con onore). Ma la proposta è talmente giusta e condivisibile che sta scritto tutto qui e qui.

Avvio immediato attività produttive. Infine, l’ultima proposta è quella di consentire, tramite una semplice autocertificazione, le procedure per la realizzazione di impianti necessari all’avvio di nuovi insediamenti produttivi. C’è poco da commentare, qui, se non che sono idee giustissime (e forse, vista la convergenza con le ultime uscite di Giulio Tremonti, questa proposta ha perfino qualche chance). La burocrazia e la confusione amministrativa sono i mostri contro cui le imprese italiane si battono quotidianamente. Sta scritto qui.

Il giudizio è insomma più che positivo. Su sei proposte, due sono discutibili (carburanti e massimo scoperto), quattro buone o molto buone, ma due del tutto impossibili (rete gas e professioni) o estremamente improbabili (farmaci). Una (semplificazione) è buona e possibile. Non sono sicuro che il Pd si renda pienamente conto della portata di questo “programma di governo”: di certo, se mai torneranno a Palazzo Chigi, il giorno dopo qualcuno dovrà prendersi la briga di chiedergli di mantenere le promesse.

http://www.chicago-blog.it/2010/06/16/liberalizzazioni-bene-il-pd-se-sa-quel-che-dice/

Carlo Stagnaro: Alfano obbedisce agli ordini professionali senza discutere

Ordini professionali, liberalizzazioni addio

di Carlo Stagnaro

Il governo sta preparando la controriforma delle professioni? Il percorso avviato con gli Stati generali giovedì scorso rischia di tradursi in un preoccupante indietro tutta rispetto alle pur timide innovazioni innescate dalle lenzuolate di Pier Luigi Bersani (in particolare l’abolizione dei minimi tariffari e del divieto di pubblicità). L’iniziativa del ministro della Giustizia, Angelino Alfano, muove da un problema reale, a cui rischia di offrire una risposta sbagliata.

E’ senza dubbio vero che i professionisti hanno pagato più di altri il costo della crisi, ed è vero che manca una legge quadro sulle professioni che le regolamenti in modo efficace e coerente. Tuttavia da queste premesse non segue necessariamente una bocciatura della parziale liberalizzazione che, pochi anni fa, ha investito le professioni. Piuttosto è vero il contrario. Anzitutto è importante capire dove c’è concorrenza, e dove no. Secondo l’Indice delle liberalizzazioni dell’istituto Bruno Leoni, il settore delle professioni intellettuali è liberalizzato al 54 per cento rispetto al paese più avanzato d’Europa, ossia la Gran Bretagna. In particolare, pesano le barriere normative e regolatorie all’avvio dell’attività professionale, che danneggiano soprattutto i giovani e gli outsider.

Viceversa, esse garantiscono i professionisti mediocri. In questa prospettiva, le norme più discutibili sono proprio quelle su tariffe minime e divieto di pubblicità le une apertamente rivendicate da Alfano, l’altro chiesto a gran voce dagli avvocati. Infatti, un rapporto del britannico Office of Fair Trading nega l’esistenza di alcuna evidenza empirica a sostegno di quelle misure. Ugualmente, un Working Paper della Banca d’Italia sottolinea che, se anche la maggiore concorrenza indebolisse gli incentivi per i professionisti (e non è così), il danno può essere compensato dall’ampliamento dell’offerta. Nell’ottica dell’efficienza del sistema paese, insomma, la competizione non può che avere conseguenze positive sulla qualità del servizio, sulla libertà di scelta dei consumatori, e in ultima analisi sulla crescita del paese. E’ quindi debole la tesi sostenuta da Alfano sul “Sole24Ore” di venerdì scorso: il settore delle professioni è caratterizzato da un’asimmetria informativa: i professionisti dispongono di un elevato livello di competenze tecniche che i consumatori non necessariamente possiedono, cosicché questi ultimi incontrano difficoltà per valutare la qualità dei servizi loro forniti. Le asimmetrie informative stanno virtualmente ovunque. Persino quando andiamo dal macellaio, solo il venditore sa se la carne che ci sta cedendo è veramente fresca. Questo dovrebbe indurci a chiedere la creazione dell’ordine dei macellai? Evidentemente no. Infatti, la concorrenza e la pubblicità delle informazioni sono gli strumenti più affilati di cui il consumatore può valersi.

La sensazione, semmai, è che il governo abbia scelto di percorrere una scorciatoia politica dove avrebbe dovuto, invece, imboccare l’autostrada delle riforme. L’esecutivo vuole compiacere una massa di persone (si stima che i professionisti siano circa due milioni) che ritiene elettoralmente appetibili. Come spesso accade, per giunta, si è creato un effetto ottico in virtù del quale l’ala più estremista parla a nome di tutti. Così, il centrodestra pare appiattito sulle posizioni degli avvocati, che un parlamentare intelligente e indipendente della maggioranza, Giuliano Cazzola, ha descritto come i metalmeccanici dei professionisti. Dietro questa tattica si staglia un duplice errore strategico. Da un lato, il governo rischia di alienarsi le simpatie di un numero ben più ampio di elettori, che soffrono le angherie e le difficoltà figlie di un contesto anti-competitivo. Dall’altro, un investimento nell’immediata soddisfazione delle pretese dei professionisti potrebbe rivelarsi controproducente per gli stessi professionisti che verrebbero protetti a oltranza, e quindi finirebbero per trovarsi prima o poi spiazzati dal vento della concorrenza che, inesorabilmente, continuerà a soffiare da Bruxelles. La reale opzione per i professionisti non è se cambiare, ma quando. Più il cambiamento viene rimandato, più i costi di aggiustamento cresceranno. Da parte sua, Alfano fa bene ad ascoltare le richieste dei professionisti, se ha in mente di riformare il settore. Ma ascoltare e obbedire sono due cose diverse.

Da Il Fatto Quotidiano, 21 aprile 2010

http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=9137

BrunoLeoni.it – 6 idee per liberalizzare le professioni

ISTITUTO BRUNO LEONI: 6 RIFORME PER GLI ORDINI PROFESSIONALI

15 aprile 2010

Per l’Istituto Bruno Leoni, gli “stati generali delle professioni”, convocati oggi dal ministro della Giustizia, Angelino Alfano, “devono essere l’occasione per una riforma del settore”. Il position paper “Per una riforma delle professioni: 6 idee (quasi) liberali per Governo e Parlamento” avanza alcune proposte per introdurre maggior concorrenza nel settore delle professioni.

Anzitutto, è importante “non toccare il buono che si è già riformato”, e in particolare l’abolizione delle tariffe minime e la possibilità per i professionisti di pubblicizzare i propri servizi. Secondariamente, la disciplina delle professioni va unificata per superare l’attuale, complesso arcipelago di norme. In terzo luogo, va abolito il monopolio degli ordini, consentendo la nascita di organizzazioni professionali in concorrenza. Quarto, il numero di professioni soggette al sistema ordinistico va radicalmente ridotto. Va poi liberalizzata la possibilità di esercitare le professioni in forma societaria. Da ultimo, occorre aprire il mondo dei professionisti alla possibilità di stipulare contratti di lavoro dipendente.

Dice Alberto Mingardi, direttore generale dell’IBL: “Le nostre 6 proposte vogliono offrire uno spunto di riflessione ai decisori politici, perché sappiano far tesoro delle piccole riforme già affrontate e ne prendano spunto per avviare quel più ampio processo di adeguamento di cui i professionisti hanno bisogno. Quel poco di concorrenza che è stato introdotto ha già portato dei benefici non banali, sia per i consumatori che per i professionisti più capaci e i nuovi entranti, in particolare i giovani. Adesso è il momento di fare un deciso salto in avanti, perché la concorrenza entri pienamente nel mondo delle professioni”.

Il position paper ” Per una riforma delle professioni: 6 idee (quasi) liberali per Governo e Parlamento” è liberamente scaricabile qui: (PDF).




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